Aborto, le visioni contrapposte: perchè Sì

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“Io sognavo un figlio, un bambino che avesse qualche possibilità di una vita normale. Invece mi sono ritrovata ad abortire al quinto mese sola come un cane. Abbandonata in un bagno a partorire il feto morto, con il solo aiuto di mio marito Fabrizio. E tutto questo per colpa di una legge sulla fecondazione ingiusta, di medici obiettori, di uno Stato che non garantisce assistenza”. È la storia di Valentina, 28 anni. Ma è simile a quella di tante altre donne che decidono di abortire.

Un aborto, che, se per natura terapeutica (malformazioni o malattie del feto), in Italia, è possibile fino al quinto mese. La giovane riesce ad avere i documenti del ricovero in ospedale dopo due giorni e l’estenuante ricerca di un ginecologo non obiettore. Le inducono il parto, ma il turno di dottori ed infermieri era cambiato. Chi poteva aiutarla, non c’è più in reparto. Si ritrova, dopo ore di dolori, da sola con il solo sostegno del marito, in un bagno del Sandro Pertini a Roma, ad abortire. E nessuno ha mosso un dito. Tutti nascosti dentro la “bolla ideologica” dell’obiezione di coscienza.

Davanti a queste storie, viene da chiedersi: che senso ha avere una legge che permette di abortire nelle strutture sanitarie statali, se poi ci si trova davanti all’impossibilità materiale di farlo? Ed è proprio questo aspetto che colpisce di più. Tanto da far prendere provvedimenti al Lazio, regione con il più alto numero di ginecologi, infermieri e anestesisti, obiettori di coscienza.

Sembra perfettamente legittimo e corretto che nel 1978 la legge 194 dovesse prevedere la facoltà di sollevare obiezione di coscienza per tutti i medici che già erano entrati nella professione prima dell’approvazione della norma. Una legge che è stata un vero e proprio evento, che ha portato ad un cambiamento del compito medico. Ma la legge 194/78 ha concesso questa facoltà non solo a coloro che già erano nella professione sanitaria o avevano già iniziato il percorso al riguardo (gli studenti in medicina), ma a tutti gli operatori sanitari, quasi riconoscendo alla medicina uno speciale status che la colloca al di fuori o al di sopra della legge. E questo è un problema che non può essere ignorato.

E basta navigare su internet per imbattersi in domande come questa: “Ho assolutamente bisogno di una mano. Vorrei sapere quali sono i metodi per abortire in casa, quindi un aborto fai da te?”. Ed è solo la prima di una lunga serie. Infatti, uno stallo (ed una confusione) come quello in cui si trova la legge 194, ha conseguenze drammatiche. Ambulatori fuorilegge, contrabbando di farmaci abortivi, cliniche private dai costi esorbitanti, viaggi della speranza all’estero. Infatti, molto spesso, una donna che vuole abortire si trova davanti lo scoglio dell’obiezione di coscienza. E, nella disperazione, in moltissime cercano di trovare “soluzioni alternative”. Nel migliore dei casi, inizia il vagabondaggio tra una regione e l’altra, nella speranza che qualcuno sia disposto a praticare l’aborto. Nei casi peggiori, si muore (ancora oggi) di setticemia e complicanze dovute ad aborti clandestini o auto-praticati. Solo nel 2013 anno sono stati calcolati 188 procedimenti penali aperti per violazione della legge 194, molti dei quali verso insospettabili professionisti che, addirittura, agivano indisturbati tra le mura dei loro studi.

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