Figli disabili, che ne sarà di loro dopo la morte dei genitori?

Genitori angosciati al pensiero di cosa sarà dei loro figli disabili quando loro non ci saranno più. Un tormento indicibile. Così grande da sfociare, talvolta, in tragedie come quella dell’operaio della Bassa Novarese che ha ucciso il figlio 22enne epilettico e autistico.

L’ironia (se così la vogliamo chiamare) è data dal fatto che ormai, grazie ai progressi della medicina, l’età media di un portatore di handicap anche grave si è notevolmente estesa. Così sempre più spesso i figli disabili sopravvivono ai genitori.

Come spiega Roberto Speziale, presidente dell’Anfass, Associazione Nazionale di famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale, «fino a trent’anni fa una persona con serie disabilità non superava un’età media di 27 anni, mentre oggi la vita media si è allungata e ci sono persone con gravi disabilità intellettive che hanno superato i 70 anni».

Un genitore pensa sempre che sarà il figlio, una volta cresciuto, ad occuparsi di lui quando sarà anziano. Si può solo immaginare lo sgomento e l’ansia che lo pervadono al pensiero che, con l’approssimarsi della vecchiaia, non sarà più in grado di provvedere a lui. Chi lo farà al suo posto? Soffrirà?

Si stima che in Italia vi siano dalle 160mila alle 220mila persone disabili in situazione di emergenza, vale a dire accuditi da genitori anziani e presto non più capaci di accudirli adeguatamente. Che fine faranno? Una prima risposta può arrivare dalla legge 112 “Dopo di noi”, grazie alla quale ogni anno circa 30mila persone in stato di emergenza verranno inserite in famiglie o in strutture (con non più di 5 pazienti, in modo tale da garantire il trattamento migliore).

«Dobbiamo sapere – spiega Speziale –  che per risolvere quel problema ci vorrebbero 6-7 miliardi di euro. […] Non possiamo abbandonare le famiglie, dobbiamo far capire ai genitori che c’è la possibilità di un futuro […] La 112 è il primo passo nella direzione giusta».

 

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