Rebibbia, droga, cellulari e linee in tilt: viaggio tragicomico nel carcere romano

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“Ecco a voi il carcere più pazzo del mondo”. Un’inchiesta davvero interessante quella condotta da “Il Tempo” per far luce sulle condizioni, a dir poco precarie, del carcere Rebibbia di Roma. Tra detenuti che aspettano di essere sistemati, condizioni igienico-sanitarie ai limiti della decenza, traffici di droga, cellulari trovati nelle celle ed evasioni tragicomiche, il quadretto è completo.

Una situazione a dir poco surreale quella che esce fuori  da questa inchiesta. A partire dalla facilità di introdurre sostanze stupefacenti all’interno dell’istituto penitenziario. “Un gioco da ragazzi”.

Dalle carte della Direzione distrettuale antimafia della Capitale emerge come il carcere di Rebbbia sia facilmente valicabile e i suoi sistemi di sicurezza fallati. Molti detenuti, durante il loro periodo di reclusione, avevano con sè un cellulare con il quale potevano contattare i propri sodali in libertà. “Come Valentino Iuliano, colpito da misura cautelare nel blitz al quartiere delle Torri, che, grazie ad un telefonino, dalla cella riusciva a delineare comodamente strategie criminali e a pianificare l’acquisto degli stupefacenti destinati allo spaccio.

E la stessa droga è facile da far entrare nel penitenziario. In che modo? Con gli “associati” che lanciano bottiglie ripiene di cocaina, dalla strada al cortile del carcere. Basta poi scavalcare il muro di cinta (controllato in maniera evidentemente superficiale) e raccoglierle.

Inquietanti sono le intercettazioni tra detenuti. “Hai capito come devi fà? Tagli la bottiglia del latte, quella da mezzo litro e ce metti un bel sasso sotto. La ricomponi e la nastri tutta con lo scotch marrone. Poi vieni dove sei stato a strillà l’altra volta, più spostato a destra di dieci metri. Hai visto dove sta la palazzina? Lì lanci dritto per dritto“. E dalle perqusizioni nelle celle, avvenute dopo la quinta evasione (clicca qui) in poco meno di un anno, sono stati rinvenuti quantitativi ingenti di droga e cellulari, appunto, seghetti e punteruoli nascosti.

Ma mica è finita qui. Per 10 giorni, infatti, il carcere di Rebibbia è rimasto isolato dal mondo, perchè le linee telefoniche, all’interno del più grande istituto penitenziario di Roma, non funzionavano. Solamente ieri pomeriggio la situazione è tornata alla normalità (si fa per dire). E questo a cosa ha portato? All’impossibilità di notificare ai detenuti, tramite fax, i provvedimenti di spostamento e, soprattutto, di scarcerazione. Ed ancora, avvisi di conclusione delle indagini preliminari e avvocati che non hanno potuto contattare i loro assistiti. Tutto questo per colpa della pioggia, che ha mandato in tilt i sistemi.

E poi due milioni di euro spesi (e buttati) per un sistema di allarme “sofisticato” che non ha mai funzionato e per questo motivo disinstallato quasi subito.

“Una situazione ormai allo sbando”, ha ammesso Donato Capece, segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria Sappe.

E ancora ci si domanda il perchè l’Italia sia tra i Paesi con le peggiori condizioni degli istituti penitenziari. “Non fatemi vedere i vostri palazzi, ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione”. Scriveva così Voltaire nel diciottesimo secolo. Per fortuna, il filosofo francese non ha mai potuto visitare le prigioni italiane di oggi…

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