La storia del “vaffa” di Di Battista senior a D’Alema

alessandro di battista

Dalla rapina subita mentre raggiungeva la tomba di Che Guevara, al “vaffa” che il padre gridò a Massimo D’Alema mentre sfilava sul suo panfilo a Corfù: l’intervista a Alessandro Di Battista apparsa su Vanity Fair merita di essere letta per una serie di motivi.

Che il padre del parlamentare Cinquestelle fosse fascista era cosa risaputa: “Io votavo a sinistra – confessa Di Battista – e continuavo a chiedergli perché rimanesse ancorato a idee del secolo scorso. Poi ho capito”. La domanda cosa avesse capito è d’obbligo: “Che mio padre al di là delle ideologie, è sempre stata una brava persona. Ed è più importante essere onesti che antifascisti”. Forse anche per questo tipo di affermazioni il Movimento 5 Stelle appare odioso a chi ancora è legato a schemi politici troppo vecchi. E pensare che quando il padre insultò l’ex premier Massimo D’Alema incontrato a Corfù lo accusò di aver tradito i valori della sinistra e di essersi venduto al capitale e all’imperialismo americano.

Oggi, a 38 anni, con la stessa intransigenza del padre Alessandro Di Battista si ritrova in Transatlantico: in un passato neanche tanto lontano, invece, si imbarcò su un cargo ecuadoriano. Trascinare maiali al macello in cambio di 20 euro a settimana, più vitto-alloggio gratis e uno sconto-ciurma allo spaccio della nave: poi, quei piedi bollenti che lo portano a viaggiare in giro per il mondo, gli hanno regalato altre esperienze in Sud America, come quella a Cuba. Il sogno era quello di visitare la tomba di Che Guevara a Santa Clara, ma due ragazzini lo rapinarono: il ritorno fu possibile solo grazie a all’ambasciata italiana che gli prestò 100 dollari.

Quel viaggio nel 2011 fu possibile grazie al lavoro in una Onlus: biglietto di sola andata per l’Argentina, dove annodava braccialetti a Buenos Aires; poi ha “pescato aragoste a Panama, venduto orecchini a Valparaìso, aiutato gli ambulanti di frutta secca a Santiago, caricato sabbia sui camion in Honduras”. Poi nel 2013 è entrato alla Camera con la sorpresa di non trovare quei demoni tanto attesi: “forse il vero demone è l’assenza di partecipazione di molti cittadini”.

Sul futuro da candidato premier è piuttosto chiaro: i piedi continuano a essere bollenti e in un ruolo che lo costringerebbe a rimanere nello stesso posto non ci si vede proprio.

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