Referendum: l’ira del governo per il M5S in Russia secondo La Stampa

A far da megafono dei malumori del governo italiano per la visita del M5S a Mosca in vista del referendum, è La Stampa che cita “fonti diplomatiche”.

Dopo aver scandagliato le simpatie e le collaborazioni tra i Cinquestelle e la testata online L’Antidiplomatico in chiave filorussa, il quotidiano torinese analizza quella che definisce “la calata pentastellata su una Mosca imbiancata dalla prima neve“. La visita a Mosca del gruppo parlamentare targato Grillo e Casaleggio è quella che più di tutte tra le tappe del World Tour pentastellato, preoccuperebbe il governo.

Nel giro di pochi mesi – grazie a Brexit e alla vittoria di Trump – si sono riequilibrati gli scenari politici e diplomatici internazionali: per questo la vittoria del No al referendum “sarebbe il colpo fatale ai partiti tradizionali (il Pd, in particolare, l’unico di sinistra ancora in piedi e in salute) dell’establishment europeo che ha irrigidito i rapporti con la Russia“. La colpa dei Cinquestelle, dunque, sarebbe quella di lavorare da mesi per provare a ricucire i rapporti con Putin e di ascoltare la voce di quegli italiani che a causa delle sanzioni alla Russia hanno subito gravissimo danni alle loro imprese. Come è stato riportato su L’ultima Ribattuta, infatti, l’export italiano è calato del 52 per cento nel 2015; di un ulteriore terzo è sceso nei primi sei mesi di quest’anno a causa delle controsanzioni di Putin in risposta a quelle europee (leggi qui).

E così, i tre leader del M5S, Alessandro Di Battista, Carlo Sibilia e Manlio Di Stefano, peraltro assenti nella tappa a Mosca, vengono definiti come “il terzetto che professa più di ogni altro il verbo filo-Putin e accredita il M5S come protagonista italiano del revival populista“. Non solo: la loro colpa – oltre a sostenere la necessità di togliere le sanzioni a Mosca – sarebbe anche quella di ripensare la presenza dell’Italia nella Nato.

Evidentemente per La Stampa le uniche direttive a cui bisogna far riferimento sono quelle espresse dal facoltoso club di milionari Democracy Alliance diretto dal finanziere George Soros che ha finanziato la candidatura di Hillary Clinton apertamente ostile alla Russia di Putin. Lo stesso magnate aveva confessato a Fareed Zakaria di Cnn d’aver contribuito a rovesciare il governo ucraino filorusso per creare le condizioni di una democrazia filo-occidentale (portando così alle misure contro la Russia e alle controsanzioni).

Ma il voto popolare – come ha dimostrato il recente trionfo di Trump – sembra andare nella direzione opposta a quella dell’establishment di cui Soros è uno dei principali esponenti. A La Stampa se ne facciano una ragione.

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