Energie rinnovabili: storia di un suicidio tutto italiano

Energie rinnovabili

Ha dell’incredibile cosa sta accadendo nel nostro Paese. Il settore delle energie rinnovabili sta lentamente ingranando la retromarcia.

Una cosa buona l’avevamo fatta, ed era quella di puntare risolutamente sulle energie rinnovabili. Seppur partiti in ritardo, avevamo annullato il gap con le altre Nazioni per porci al primo posto nel mondo, nell’ambito delle speciali classifiche della cosiddetta “green economy”.

Nel 2014 abbiamo toccato l’apice, il punto più alto di quella che sembra essere una parabola, con una quota del 37,5% sul totale dell’energia prodotta grazie all’apporto combinato di eolico, fotovoltaico, idroelettrico che ci hanno permesso di raggiungere anzitempo il traguardo del 30% di energia prodotta da fonti “green”.

Poi il calo, complice la brusca inversione dell’indirizzo del nostro mondo politico, che ha ritenuto fosse doveroso chiudere i rubinetti agli incentivi e non sbloccare la pressante richiesta di semplificare gli iter sul “repowering” di impianti oramai vecchi.

Risultato? Il rallentamento degli investimenti (facilitati dagli incentivi concessi ai produttori di energia pulita dal 2009, che hanno d’altro canto pesato per 9 mld di euro l’anno sulla bolletta energetica degli italiani) e del rinnovo tecnologico del parco impianti esistente.

Eppure le cose si erano messe economicamente bene e a nostro vantaggio. Il costo dei pannelli fotovoltaici è sceso considerevolmente, l’avanzamento tecnologico ha conferito maggiore efficienza alle pale eoliche ed era stato reputato (in prospettiva) decisamente conveniente ristrutturare impianti vetusti e reimpiegarli senza consumare ulteriore suolo. Senza contare, ed è questo il concetto principale, il guadagno in termini ecologici, trattandosi di energia elettrica prodotta da sole, acqua, vento che sono a costo zero ed inesauribili per natura, diversamente dai combustibili fossili.

Ma queste evidenze non sono servite ad orientare una visione ed una strategia politica per imboccare una strada definitivamente “green”. E c’è dell’altro, purtroppo. L’Italia (tra le Nazioni più sviluppate) è il Paese che assegna la maggior quota di sussidi alle fonti fossili in rapporto al Pil (lo 0,63%).

Noi (e Assorinnovabili) ci chiediamo se tutto questo convenga economicamente. Se proprio la politica è sorda alle istanze ambientaliste, perché non nota l’incremento di posti di lavoro (aggiungendoci anche i benefici per l’indotto) che lo sfruttamento delle fonti di energie rinnovabili portano con sé? E perché non calcola l’esborso di denaro pubblico a cui deve sottostare il Sistema Sanitari Nazionale, per curare patologie come quelle respiratorie causate dall’inquinamento?

Se lo facesse, scoprirebbe quanto sarebbe conveniente proseguire sulla strada del “green”.

 

 

 

 

 

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