Gianna Jessen, il silenzio sulla “bimba” sopravvissuta all’aborto

La mamma biologica provò ad abortirla al settimo mese di gravidanza. Lei, Gianna Jessen, è sopravvissuta a quella condanna a morte e ora vuole raccontare la sua testimonianza.

“La bambina di Dio” ora ha 39 anni ed è arrivata da poco in Italia dove terrà una serie di incontri per raccontare la sua esperienza. Incredibilmente sono in pochi a conoscere la sua storia: come ha fatto notare il Giornale che ha annunciato il suo tour in Italia, è ampiamente nota solo in alcuni ambienti cattolici. Addirittura Wikipedia dedica pochissime righe a Gianna Jessen, tacendo completamente il suo impegno antiabortista.

Eppure questa è una storia che non dovrebbe entrarci nulla con la religione e che chiunque dovrebbe ascoltare. Nel 1977 una ragazza di 17 anni entrò in una clinica del Tennessee dove è attivo il Planned Parenthood, il più grande ente abortista del mondo, un ente non-profit, come sottolinea nel suo sito americano.

Nel corso dell’ultima campagna elettorale, il candidato presidenziale democratico, Hillary Clinton, ha ricevuto 20 milioni per la sua campagna promette di «impedire che vengano tagliati i fondi federali» al gigante delle cliniche pari a 528 milioni. Poco noto, però, è il gigantesco scandalo della compravendita e traffico illegale di tessuti fetali e organi di bambini abortiti in cui venne coinvolta Planned Parenthood.

Già nel 1977, dunque, la mamma di Gianna Jessen si recò in una delle loro cliniche per procedere con l’aborto salino tardivo che consiste in una particolare soluzione salina che viene iniettata nella pancia della mamma e direttamente nel bambino il quale, appunto, nel giro di 24 ore nasce morto, ustionato, cieco, corroso.

Eppure, dopo diciotto ore passate a combattere, la bambina nacque viva. Come ha riportato il Giornale, il medico abortista che deve dichiararne la morte non è di turno: una fortuna, perché fino al 2002 quando è stata approvata la legge «Born Alive Infants Protection Act» voluta dal presidente Bush – negli Stati Uniti era prassi che i bambini abortiti vivi, cioè sopravvissuti a un aborto, venissero soffocati, strangolati o semplicemente lasciati morire in un angolo e buttati via.

“Se l’aborto è una questione di diritto, dov’erano i miei?” chiede oggi Gianna Jessen a chi sostiene che l’aborto sia un diritto. Lei non si considera un sottoprodotto del concepimento, un pezzo di tessuto o un altro dei titoli dati a un bambino nell’utero: “Non penso che nessuna persona concepita sia una di quelle cose”.

Un’altra domanda riguarda le case editrici italiane: come mai nessuna di loro ha ancora pubblicato il suo libro “Aborted and lived to tell out”?

Articoli correlati

2 Commenti

  1. Pingback: cp-20161126-all | News Archive

  2. Christian said:

    Hillary Clinton: la buona, dolce e gentile assassina
    Donald Trump: il cattivo, aggressivo e maleducato protettore di bambini.
    Il potere del denaro che distorce la verità…Grazie Gianna per la tua stupenda testimonianza.

Rispondi a Christian Annulla risposta

*

Top