Costituzione: nata dalla Resistenza, difesa dai post fascisti e mai attuata

Matteo Renzi

Ormai siamo fuori dal guado che divideva l’ante e il post referendum sulla Costituzione, gli Italiani hanno scelto e lo hanno fatto in modo chiaro ed inequivocabile.

Diciannove milioni e mezzo di italiani hanno detto che la riforma costituzionale scritta dalla ministra Boschi e sponsorizzata da Matteo Renzi non gli piace e con un sonoro no l’hanno bocciata. Il gioco della democrazia non perdona e se il 60% dei votanti ha detto no questo voto va rispettato. Ora dopo la conferenza stampa di Renzi di questa notte che annunciava le sue dimissioni viene da domandarci se il voto referendario sia stato un voto politico o un voto tecnico.

Molti osservatori, di destra, di sinistra e di centro, hanno puntato il dito contro un presidente del Consiglio che, al di là delle convinzioni partitiche, ci ha messo la faccia e coerentemente, ma forse più furbescamente trae le sue conclusioni e si dimette da capo dell’esecutivo. I dati statistici dicono che l’81% dei giovani tra i 18 anni e i 35 anni hanno votato no e che, invece, gli over 55 hanno favorito il si. Questo perché in fondo i giovani si sono sentiti abbandonati mentre gli anziani sono stati gratificati dagli 80/85 euro fra bonus e aumenti contrattuali. I giovani accusano Renzi di aver voluto il Job acts, di aver abolito l’articolo 18 che li ha resi precari più di prima.

Ecco questi sono i motivi delle scelte delle varie generazioni di italiani che domenica sono andate a votare. Renzi forse non ha capito che dell’abolizione del CNEL, del quale avremo occasione di parlare, non gliene fregava niente a nessuno così come non era possibile accettare la sterilizzazione del voto dei cittadini per il Senato della Repubblica. Altro fatto stranissimo è che per settanta anni la sinistra si è riempita la bocca di improperi contro chi voleva toccare la “costituzione antifascista nata dalla resistenza” e il 4 dicembre quella stessa costituzione è stata difesa dagli eredi di una comunità che si rifaceva ai principi del fascismo mentre veniva attaccata dal segretario del partito che per eccellenza è antifascista ante litteram.

Insomma oggi ci ritroviamo con un presidente del consiglio dimissionario che però è alla guida di un partito che dovrebbe difendere la costituzione ma si ritrova spaccato a metà e senza alcuna alternativa. Sul variegato fronte del no troviamo leghisti, grillini, meloniani, berlusconiani, montiani, vendoliani, storaciani alemanniani e chi più ne ha più ne metta. Insomma una bella ammucchiata di idee, diverse una dall’altra e che politicamente non possono certo esprimere una maggioranza di governo a meno che qualcuno non pensi ad un governo provvisorio modello De Gasperi che durò dal dicembre del 1945 al luglio del 1946 dimettendosi subito dopo il referendum istituzionale. Di tale governo facevano parte democristiani, comunisti, socialisti, liberali, psiuppini, azionisti e anche militari tutti consapevoli di non essere una “maggioranza” politica ma un governo di emergenza in attesa di un pronunciamento elettorale mirato a capire da chi volevano essere governati gli italiani.

Oggi si può dire che dopo il voto referendario siamo alla stessa situazione non c’è nessuna forza politica in grado di raccogliere il 50% più uno dei voti necessari a governare se non con leggi elettorali discutibili che assegnano premi di maggioranza sproporzionati alla consistenza numerica dei voti realmente ottenuti. Alla fine dobbiamo solo riconoscere che abbiamo bisogno non tanto di una nuova costituzione ma di una definitiva attuazione della stessa in tutte le sue parti a cominciare da quella che sancisce che la sovranità appartiene al popolo (art.1), il riconoscimento dei diritti dell’uomo (art.2), che tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali di fronte alla legge (art. 3), che tutti hanno diritto al lavoro (art. 4), che la Repubblica è una e indivisibile (art.5). Questi sono solo i primi cinque articoli e se andiamo a verificare, chi se la sente di dire che questi articoli sono pienamente attuati e/o rispettati?

Prendiamo poi il titolo terzo e vediamo che la costituzione più bella del mondo garantisce una retribuzione “sufficiente ad assicurare a se e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (art. 36), il diritto alle donne della parità di trattamento sul lavoro e di poter adempiere alle sue essenziali funzioni familiari di donna e di madre (art. 37), il diritto dei disabili al mantenimento e all’assistenza sociale (art. 38), stabilisce che le organizzazioni sindacali dei lavoratori siano registrate ai fini di avere personalità giuridica (art. 39), anche questi articoli non ci sembra siano attuati come detta la carta costituzionale. C’è poi il famoso articolo 46 che recita testualmente: “Ai fini della elevazione economica e sociale del

lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”, il principio della partecipazione agli utili dell’impresa che da solo potrebbe veramente far ripartire l’economia nazionale così come è avvenuto in Germania. Insomma questa Costituzione più che cambiata va attuata e quindi ora che la febbre referendaria è terminata le forze politiche si mettano intorno ad un tavolo una volta per tutte e cerchino di attuare più che cambiare.

I cittadini hanno dimostrato che su temi importanti e vitali per la loro vita democratica sono disposti ad assumersi le proprie responsabilità come hanno fatto in massa recandosi a votare domenica scorsa ma i politici si facciano carico di una scelta chiara e definitiva per rendere questo paese vivibile senza arrivare, come è successo in questi ultimi 5 anni, a divisioni e fratture che rischiano di gettare il paese in una situazione senza ritorno. Lo facciano i post fascisti che difendono questa costituzione e lo facciano i post comunisti che vorrebbero cambiarla.

Ancora siamo in tempo e l’apocalisse non è arrivata dopo il 4 dicembre quindi senza slogan o false promesse facciamo ripartire il confronto democratico prima che sia troppo tardi. Se ciò non avverrà allora si che si arriverebbe a dire “si stava meglio quando si stava peggio”.

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