Slot Machine e soldi in nero, indagato Tulliani (e ora Fini, per decenza, sparisci)

L’imprenditore delle slot machine Francesco Corallo e l’ex parlamentare Amedeo Laboccetta (leggi qui) sono stati arrestati dall’Antimafia. Nelle carte dell’indagine per associazione a delinquere transnazionale (che riciclava denaro sottratto al fisco) anche la casa di Montecarlo sulla quale Gianfranco Fini aveva giurato (o spergiurato?) di non conoscere il proprietario.

Era il 2010 e l’allora presidente della Camera, frignando per essere stato, a suo dire, vittima di un vero e proprio “gioco al massacro” ed evocando torbide manovre contro di lui, affermò che per la storia della compravendita di quell’appartamento «non è stato commesso alcun tipo di reato, non ci sono appalti o tangenti, non c’è corruzione né concussione», e ancora «non so chi sia il proprietario della casa» e, soprattutto, «se dovesse emergere con certezza che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a dimettermi».

Ci sono voluti sei anni, ma tutti i nodi vengono al pettine (anche se porti un toupet). E, guarda il caso, tra gli indagati ci sono anche Sergio e Giancarlo Tulliani, rispettivamente suocero e cognato di Fini. Nell’inchiesta sul maxiriciclaggio c’è un bel capitolo riguardante la vicenda della casa di Montecarlo: secondo i Pm romani, infatti, Giancarlo Tulliani avrebbe messo a disposizione al braccio destro di Corallo alcune società offshore (ecco a cosa servivano le fotocopie dei passaporti dei fratelli Tulliani trovati nella perquisizione negli uffici di Corallo alla presenza di Laboccetta) per finanziare – tra le altre cose – proprio l’acquisto dell’appartamento in boulevard Princesse Charlotte 14, lasciato in eredità ad Alleanza Nazionale.

Com’è possibile? Ma Fini non aveva giurato, croce sul cuore, che non c’era stato alcun reato nella faccenda della compravendita del locale? (Che, ricordiamo, fu comprato per 300mila euro e rivenduto a 1,6 milioni di euro. Il che avrebbe dovuto lasciar presagire qualcosa di losco).

Ad ogni modo, quel che conta è che è giunto, finalmente, il momento di mantenere la promessa e di dimettersi. Sì, ma da cosa? Ormai Fini non conta più un tubo nella scena politica nazionale (anche se, come i matti, solo lui non vuole ammetterlo). Ex presidente della Camera, ex ministro degli Esteri, ex vicepresidente del Consiglio, ex delfino di Silvio Berlusconi, ex presidente di Futuro e Libertà, ex presidente di Alleanza Nazionale, ex segretario del MSI.

L’unica cosa intelligente da fare sarebbe diventare ex cognato di Tulliani, visto che continua a fargli fare figure di merda. O, quantomeno, rassegnarsi al fatto che ormai è tempo di lasciare ogni velleità politica e pensare a qualche altra attività ricreativa. Opporrà resistenza, certo. Un po’ come gli anziani ai quali, ad una certa età, viene tolta la patente: borbottano un po’, ma alla fine è meglio levarli dalla circolazione per evitare che facciano danni.

Un’ultima considerazione: visto che all’epoca, per questa vicenda, la Procura di Roma si fece ridere dietro da mezzo mondo per aver iscritto Fini nel registro degli indagati lo stesso giorno in cui chiedeva anche l’archiviazione dell’accusa, non sarebbe il caso che Pignatone – quantomeno per decenza – riaprisse le indagini? Fosse la volta buona.

Aggiornamento 14/12/2016 ore 12: Intervistato dal Fatto Quotidiano, Fini fa il finto tonto (cosa che gli riesce benissimo) dicendo di apprendere quanto accaduto direttamente dalle parole del giornalista: “Sono notizie delle quali non ero minimamente a conoscenza. Sono davanti a un bivio: o sono stato talmente fesso oppure ho mentito volutamente“. Più probabile la seconda. E poi, lancia un messaggio ai vecchi militanti di An e Msi: “Sto soffrendo quanto loro e sono stato un coglione, ma non sono mai stato un corrotto“. Insomma, preferisce darsi dell’imbecille piuttosto che ammettere di essere un bugiardo matricolato.

 

 

 

 

 

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