Crisi: la bufala del “successo delle imprese degli immigrati”

Ma che bravi questi immigrati che riescono a mantenere in piedi loro imprese nonostante la crisi: peccato che la campagna di alcuni giornali non tenga conto di una serie di fattori.

A fare una panoramica sulla situazione delle imprese è stata La Stampa con un articolo introdotto dall’occhiello “L’Italia delle diseguaglianze”. Sono 550mila come riporta il quotidiano torinese le imprese gestite da stranieri che nel 2015 hanno prodotto 96miliardi di valore aggiunto. Le start-up restano ancora poche, ma l’80% delle ditte sono individuali. Le imprese a gestione immigrata rappresentano quasi un settimo di tutte le ditte individuali del Paese (13,6%) e meno di un ventesimo delle società di capitale.

Ci si chiede però in che misura queste aziende in mano agli immigrati paghino i contributi al personale di cui si avvalgono. Essendo principalmente imprese individuali, è evidente che i costi di gestione sono molto più bassi e in caso di cessazione dell’attività sono più facili da chiudere e magari anche da rivendere.

Ecco, dunque, un primo indizio sul tipo di imprese che “eroicamente” riescono a sopravvivere a una crisi che ha letteralmente travolto le realtà italiane. Lo scorso maggio, l’allarme lanciato dal presidente di Rete Imprese Italia, Massimo Vivoli, parlava della chiusura di oltre 390 aziende al giorno. Tra le cause principali c’è stata la morsa in cui le imprese si sono trovate schiacciate, tra un mercato interno in stallo e l’aumento del prelievo fiscale, tra il crollo del credito e l’incremento del peso di adempimenti inutili e costosi.

A nessuno, inoltre, sarà sfuggita l’enorme quantità di negozi gestiti da stranieri presenti in molte città italiane come la Capitale. È il caso dei banglamarket, esercizi commerciali che riescono ad ottenere licenze in tempi velocissimi ed essere aperti tutto il giorno, anche negli orari vietati a negozi gestiti da italiani. Molto spesso si tratta di frutterie che però – non si sa per quale concessione straordinaria – diventano call center o rivendono anche alcolici, evadendo l’Iva o in barba a qualsiasi legge che regola il suolo pubblico.

Si tratta molto spesso, quindi, di vera e propria concorrenza sleale, fatta a danno di esercizi gestiti da connazionali che si sono trovati costretti a chiudere la propria impresa. Forse quando La Stampa parla de “l’Italia delle diseguaglianze” si riferiva proprio a questo…

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