Il caso Paparelli-Merkù e quelle scuse che non convincono nessuno

Scuse arrivate alla famiglia Paparelli, sì, ma non accettate. Almeno per adesso.

Sono estremamente dispiaciuto perché non c’era intenzionalità nella mia battuta“, parola di Andrea Merkù, colui che si è permesso di comporre e cantare un motivetto, imitando Gasparri nel post derby, con una rima allucinante, da licenziamento immediato (“meglio acqua che un bel razzo, ah laziali avete rotto il c….”).

Ho fatto un’infelice rima e la parola razzo mi è servita solo per quello, non ho assolutamente fatto nessun collegamento con la tragedia capitata anni fa di cui non avevo memoria. Io mi scuso pubblicamente innanzitutto con Gabriele Paparelli e la famiglia: l’ho chiamato per spiegare l’accaduto, non mi permetterei mai di strumentalizzare un fatto così drammatico. Chiedo scusa a tutti i tifosi della Lazio che si sono sentiti offesi. Ribadisco che non c’era nessuna volontarietà nel mio gesto”.

Ma, non ce ne voglia il signor Merkù, gli hanno creduto davvero in pochi.

Una vicenda assurda quella esplosa ieri, con l’articolo dell’Ultima Ribattuta (clicca qui) che ha fatto uscire l’ode della vergogna, piu che “ode a Strootman”.

Immediata poi la rabbia mista ad incredulità di Gabriele, il figlio di Vincenzo e di tutti i tifosi della Lazio. Assurdo, ignobile, che ci sia ancora qualcuno che faccia dell’ironia sull’omicidio di Paparelli. Assurdo soprattutto che sia avvenuto in una trasmissione di un’emittente nazionale e così importante come Radio 24, di proprietà del Sole 24 ore e quindi di Confindustria. Anche se l’imitatore in questione, che ha probabilmente vissuto ieri la sua giornata di maggiore notorietà della carriera (per la sua ignoranza dimostrata, sia chiaro), sostiene che non ci sia stato nessun nesso (volontario) tra quel “razzo” pronunciato e quello sparato dalla Curva Sud il 28 ottobre del 1979.

Nel pomeriggio di ieri, inoltre, una delegazione della Curva Nord si era riunita per protestare sotto la sede romana di Radio 24, a Piazza dell’Indipendenza. Per chiedere spiegazioni plausibili. Non c’era Merkù, ma Giuseppe Cruciani, che si professa laziale (e che da ragazzo, a detta di chi lo conosce molto bene, andava anche allo stadio, proprio in Nord ma che ora, almeno a sentirlo, ripudia il tifo organizzato). Il conduttore della “Zanzara”, in onda sempre su Radio 24 si è preso poi l’impegno di far intervenire Andrea Merkù per chiedere scusa. Così è stato, ma, come detto, non sono affatto sembrate scuse sincere. Comunque sia non hanno convinto.Perché è inverosimile che in Italia (ma anche nel mondo probabilmente) ci sia qualcuno che non sappia dell’assassinio di Paparelli. Tantomeno non si ammette tanta ignoranza da chi fa informazione. E, caso strano, con le infinite parole che offre il nostro vocabolario, sia stato scelto proprio “razzo”. È un fatto gravissimo, guai a sminuirlo, rifugiandosi in giustificazioni di circostanza.

Un equivoco? Una leggerezza? Una sparata infelice? Uno sfondone? No, una mancanza di rispetto, un ignobile tentativo di ironizzare nuovamente su una tragedia e di riparare il danno successivamente. 

La famiglia Paparelli e i tifosi biancocelesti sono stanchi di subire oltraggi alla memoria di un padre di famiglia ucciso. Un giorno è Merkù, imitatore di personaggi famosi, un altro un gruppo di romanisti che dietro uno striscione (Vecchia Guardia) canta “10,100, 1000 Paparelli”, un altro ancora sono scritte infamanti sui muri.
37 anni che il nome di Vincenzo Paparelli viene infangato in maniera vile.

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