Delitto di Garlasco, Dna e gli errori (talvolta irreparabili) degli “esperti”

In queste ore si sta facendo largo la possibilità di riaprire il caso del delitto di Garlasco: il dna ritrovato sotto le unghie della vittima, Chiara Poggi, barbaramente uccisa la mattina del 13 agosto 2007, non sarebbe del fidanzato Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni, dopo due assoluzioni, e oggi detenuto nel carcere di Bollate.

Ma come è possibile che vi sia il margine per questi colpi di scena a distanza di ben 9 anni? Il delitto di Garlasco, purtroppo, è tristemente famoso anche per i clamorosi errori che lo hanno caratterizzato: a partire dalla scena del crimine, irrimediabilmente inquinata dal gatto di famiglia, lasciato libero nella villetta posta sotto sequestro in attesa dell’arrivo dei Ris. Non solo. La La Provincia pavese, all’epoca, raccolse tutti gli errori delle indagini (qualcuno incredibile) in una scheda:

  • All’obitorio il corpo di Chiara non viene pesato perché non c’è la bascula: senza questo dato non è possibile stabilire con certezza l’ora della morte (che viene modificata tre volte dall’accusa).
  • A due giorni dal funerale ci si accorge che mancano le impronte digitali di Chiara Poggi e occorre riesumarne il corpo.
  • La bicicletta da donna notata da una testimone subito dopo il delitto di Garlasco (di proprietà degli Stasi) viene sequestrata solo dopo sette anni (il maresciallo che l’aveva esaminata l’aveva giudicata “non corrispondente” alla descrizione).
  • Alberto va in caserma a denunciare l’omicidio e le scarpe che indossa gli vengono tolte dai piedi solo 19 ore dopo: nel frattempo il ragazzo cammina nella stessa caserma e anche sul prato umido di pioggia di villa Stasi per un sopralluogo.
  • Si comincia a cercare l’arma del delitto 15 giorni dopo l’assassinio (senza trovarla).
  • La casa di Stasi viene perquisita una settimana dopo l’omicidio e senza usare il luminol.
  • Il pc di Alberto Stasi viene esaminato senza fare prima una copia del disco rigido: tre quarti dei file vengono alterati da 16 accessi abusivi.
  • Nella casa dei Poggi entrano senza adeguata protezione ai piedi 25 persone tra inquirenti, medici legali, necrofori.
  • Nella mano sinistra di Chiara viene trovato un capello chiaro e corto con il bulbo, che però non viene esaminato subito. Quando lo si fa non si riesce a trovare il Dna.
  • Nella parte interna dell’avambraccio sinistro di Stasi due brigadieri notano alcuni graffi. Ma nessuno li fotografa.
  • Ci sono le impronte di quattro dita insanguinate sul pigiama di Chiara: vengono notate su una fotografia, ma sono cancellate quando il corpo viene girato sul pavimento completamente sporco di sangue.

E, infine, l’ultimo clamoroso errore: le unghie prelevate dal cadavere di Chiara non vengono analizzate subito. Sette anni dopo un perito isola un cromosoma Y, maschile, ma non è completo. Solo in queste ore si scopre che il Dna apparterrebbe un giovane che gravitava nel vecchio giro di amicizie della 26enne uccisa.

Al di là di come andranno a finire le cose, sperando che giustizia venga fatta, resta solo un’unica – benché amara – consolazione: per fortuna in Italia non è in vigore la pena capitale. Altrimenti sarebbero tanti (laddove anche uno sarebbe comunque troppo) i morti innocenti sulla coscienza dei cosiddetti “esperti”.

Basti pensare ai famosi laboratori forensi dell’Fbi (chi non ha mai sentito parlare di CSI?). Bene: nel rapporto stilato dal Office of Inspector General si legge che dal 1980 al 2000, 26 dei 28 specialisti impiegati dal laboratorio forense dell’Fbi hanno “regolarmente enfatizzato risultati in modi che hanno favorito l’accusa”. Nel 95% dei 268 casi persi finora in esame le testimonianze degli esperti sarebbero “discutibili”.Almeno 14 detenuti condannati a morte in base a prove “discutibili” sono deceduti in prigione in attesa di esecuzione. In 32 casi, sono stati mandati a morte degli innocenti.

Ironico: con l’avvento del Dna si ottenne la revisione di migliaia di processi, scagionando molti innocenti (spesso, però, già giustiziati). Ora, invece, è proprio il Dna a condannare a morte chi ha la sfortuna di imbattersi in “scienziati” incompetenti.

Articoli correlati

*

Top