Politiche antifumo, in 6 anni evitati 22 milioni di decessi (o è solo marketing?)

Stando a quanto riportato sul sito della rivista Tobacco Control, le politiche antifumo stanno dando buoni frutti: tra il 2008 e il 2014 sono stati evitati 22 milioni di decessi legati a sigarette & Co., e più di 53 milioni di persone in 88 paesi hanno smesso di fumare.

Numeri incoraggianti che dimostrano «l’enorme e continuo potenziale di salvare milioni di vite implementando politiche antifumo», come spiega David Levy, oncologo del Georgetown Lombardi Comprehensive Cancer Center di Washington e autore principale dello studio. Che spiega come questi dati possano ora «aiutare i paesi che ancora non hanno intrapreso misure salva-vita rispetto al tabacco, oltre la metà dei 196 totali, a comprendere meglio il potere di queste politiche sulla salute pubblica».

Tra i disincentivi più efficaci sicuramente il costo delle sigarette: gli autori hanno calcolato dei 22 milioni di vite salvate 7 milioni sono dovuti all’aumento delle imposte sulle sigarette, 5,4 a leggi antifumo, 4,1 ad avvertenze sui danni alla salute, 3,8 al divieto di pubblicità, e 1,5 a interventi di disassuefazione.

Secondo i calcoli, l’incremento di vite salvate si è avuto tra il 2012 e il 2014, periodo in cui Bangladesh, Russia e Vietnam hanno aderito alle politiche antifumo disposte dall’Oms. Si spera che entrino a far parte dei paesi “virtuosi” anche Cina, India e Indonesia, ad alta prevalenza di fumatori (dati gli enormi volumi demografici). In tal caso, calcolatrice alla mano, le vite salvate dai danni del fumo sarebbero 140 milioni in più.

Una mano (non tanto a smettere, quanto a non iniziare, soprattutto tra i giovanissimi) è stata data anche dalla norma che prevede che sul pacchetto di sigarette vi siano terribili immagini evocative di morte o malattie. Un qualche effetto respingente, a quanto pare, lo hanno avuto.

Intanto la Società italiana di tabaccologia (Sitab) ha scritto una lettera aperta in questo senso al ministro della Salute, alla quale hanno aderito importanti Società scientifiche europee e un centinaio di esperti italiani mettendo in guardia sull’informazione superficiale relativa alle “alternative meno dannose”. «Le multinazionali – sostiene il presidente Biagio Tinghino – non pensano alla riduzione del danno, ma all’aumento dei profitti». Secondo la Sitab «bisogna distinguere le strategie di cura dalle comunicazioni date alla popolazione generale, ciò che decide lo specialista nel suo ambulatorio da ciò che si può consigliare in modo generico alla gente».

Le “sigarette elettroniche”, osserva la Società scientifica, sono generalmente meno dannose di quelle tradizionali . Eppure, dati alla mano, il loro uso non ha fatto diminuire la prevalenza di fumatori in Italia. Sono invece aumentati i “fumatori duali”, quelli cioè che usano i vaporizzatori e fumano sigarette. Anzi: secondo uno studio pubblicato su Lancet, “svapare” avrebbe addirittura ostacolato la decisione di smettere completamente. A ciò si aggiunga il fatto che molti giovani che non hanno mai acceso una sigaretta si avvicinano al mondo del tabacco attraverso le sigarette elettroniche, pensando che non facciano così male.

Avverte la Sitab: «tutti i prodotti contenenti nicotina inducono dipendenza e rappresentano una via di accesso alle sigarette tradizionali. Se la riduzione del danno può dunque essere una strategia terapeutica per chi già fuma, non può certo costituire un messaggio commerciale per la popolazione generale».

 

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