Fare abbigliamento ‘made in Italy’ si può, il caso Pivert

C’è da risollevare una nazione come la nostra, sia moralmente che economicamente. Favorire realtà imprenditoriali che realizzano i loro prodotti in Italia rappresenta un piccolo passo di una sfida che sembra titanica. Tra le aziende che hanno scelto questa strada c’è Pivert.

In un mondo come quello della moda troppo spesso associato a delocalizzazione e sfruttamento di manodopera, la mission di una giovane impresa appare ancora più coraggiosa. “Pivert nasce il 9 Febbraio 2015 – ci racconta Francesco Polacchi, l’amministratore dell’azienda – o meglio questo è il giorno della prima presentazione. L’obiettivo era quello di creare un brand basic e allo stesso tempo casual che vestisse uomini costruttori di se stessi e che impiegassero la loro vita per lasciare un segno in questa società. Lo stile Pivert, però, è destinato a tutti coloro che vogliono sentirsi parte di un qualcosa di più grande: in un’epoca di qualunquismo e relativismo crediamo sia ancora importante avere dei vincoli di appartenenza legati all’amicizia, ad amori sportivi o a delle idee che muovano il mondo”.

Tra gli ideatori troviamo ragazzi che a livello professionale provengono da esperienze totalmente diverse: “Abbiamo deciso di metterle insieme per ottimizzare sforzi e risultati in un unico progetto imprenditoriale. C’è infatti chi si occupa di disegnare i capi, chi di distribuirli, chi del marketing e infine chi deve far quadrare i conti”. Non ci sono dubbi su cosa ci sia alla base di questa esperienza: “Siamo fondamentalmente spinti dalla voglia di costruire qualcosa di bello”.

Perchè Pivert? È il francesismo per quello che nella mitologia indoeuropea è l’uccello del fuoco e del fulmine, il picchio. Il segno rosso, come il logo ricamato su molti capi, lo contraddistingue. Spesso viene associato a divinità guerriere come Zeus-Giove, Ares-Marte: è da qui che nasce il concetto di Picchio come #semiDio.

“Proprio #semiDio – prosegue Francesco – è il nome della prima collezione Pivert, pensata per quegli uomini padroni di se stessi e per tutti coloro che non vogliono sentirsi né da abbigliamento da “sottoproletario” né da vestiario di lusso per gente snob. La seconda collezione l’abbiamo chiamata #fighter e volevamo raccontare di quell’uomo (padrone di se stesso) che ha deciso di combattere nella vita per affermare qualcosa di più della propria esistenza. Con la terza, #martialis, volevamo ribadire che se qualcuno è padrone di se stesso e ha deciso di combattere, nella vita ha anche bisogno di essere sobrio e avere un atteggiamento marziale. Ciò è necessario per poter conquistare una propria forza tranquilla che permetta di vivere la frenesia e la polarizzazione sociale di tutti i giorni. La quarta, #victores, è dedicata a chi, grazie a questo percorso di vita, è diventato un “vincitore” nella propria vita riconquistando del tempo per se stesso e non vivendo più con le catene che la routine quotidiana ci infligge”.

Ogni collezione, dunque, racconta qualcosa di diverso, qualcosa che parla di ciò che gli ideatori di Pivert vivono e sentono in quel momento. “Intendiamo raccontare delle storie, dare un’identità sia alle collezioni che al singolo capo”.

A proposito di capi: dove vengono prodotti? “Il materiale è tutto prodotto in Italia. Abbiamo avuto vari fornitori e abbiamo tentato varie collaborazioni affinando sempre di più la nostra esperienza fino ad arrivare ad un livello invidiabile. In questo momento abbiamo più aziende tessili che ci riforniscono a seconda della tipologia di prodotto. Siamo molto contenti di essere riusciti a risollevare le sorti di un’impresa che stava sulla via del fallimento e che, grazie al lavoro da noi fornito, adesso si è ripresa. Prevalentemente produciamo in Umbria e in Toscana”.

Il canto delle sirene che invitava Pivert ad un maggior profitto, calpestando la filosofia “made in Italy” è stato forte, eppure i responsabili dell’azienda hanno deciso di non cedere: “Con l’obiettivo di migliorare la qualità dei prodotti ho girato moltissime aziende tessili soprattutto in Umbria, Toscana, Lombardia e Veneto nei più famosi distretti tessili. La prima cosa che ho notato è una desolazione infinita. Nel 90% delle aziende era ancora evidente un discreto numero di postazioni da lavoro lasciate vuote da mesi, forse anni, con tessuti e campionature nel più completo disordine. Quasi tutte le aziende ormai sono costituite dal proprietario e da 1 o 2 collaboratori. Qui arriva il tasto dolente: quando si comincia a parlare con il proprietario la domanda principale è “quanto vuoi spendere?”. Non si parla più della qualità dei capi. Il secondo step della chiacchierata è il procacciamento della materia prima, cioè il tessuto, e dell’individuazione di chi potrebbe effettuare la parte di “façon“, ciò che si intende per cucitura, e successivamente di confezionamento. Siccome ormai le aziende non hanno più dipendenti e sarti interni bisogna spostare questi step di produzione all’esterno rispetto all’azienda. Ed è proprio qui che arrivano le proposte di delocalizzazione. Infatti quasi tutti i produttori italiani sono ormai terzisti o aziende commerciali che prendono una commessa in Italia e ti invitano ad effettuare la produzione in Romania, Bulgaria, Ucraina e/o addirittura in Bangladesh (perché ormai anche la Cina comincia ad avere prezzi simili all’est Europa). Insomma il meccanismo è chiaro: stiamo finendo di spostare il comparto di produzione tessile italiano completamente all’estero portando i nostri soldi fuori dall’Italia”.

Attualmente, il picchio rosso della Pivert è composto da un gruppo di lavoro di 8 persone, escluso un indotto legato ad altri progetti e alle aziende tessili con cui collaboriamo. “La maggiore difficoltà è stata senz’altro la produzione. Non c’è nulla di più difficile di essa. Pensavamo fosse un gioco da ragazzi perché troppo abituati a stampare magliettine da distribuire tra amici e conoscenti. Ma in realtà il solo studio del capo è una cosa complessa, la scelta dei tessuti, la produzione del primo capo, poi il controllo della façon e lo sdifettamento, e infine il perfezionamento del campione finale. Poi l’avvio della produzione… Insomma tutto molto più complesso di quanto immaginavamo all’inizio”.

Non saranno mancate le soddisfazioni: “Sono tante, devo essere sincero. Sarà che ogni volta che qualcuno prende in mano un nostro prodotto e rimane soddisfatto della qualità è già di per sé una grossa soddisfazione. Ovviamente quella più grande riguarda il numero di persone che crede nel progetto e che ci sostiene collezione dopo collezione. Persone che come noi credono nella filosofia del ‘made in Italy’ sotto tutti i punti di vista, e che hanno deciso nel loro piccolo di valorizzare questa nostra avventura cercando di sentirsene parte”.

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