Raqqa: i nuovi partigiani pronti a saltare sul carro che sconfiggerà l’Isis

È apparsa su Repubblica la romanticissima descrizione della brigata antifascista di quattro italiani che andranno a “liberare Raqqa dall’Isis”. Eppure qualcosa non quadra.

Anzitutto, nella storia militare non si è mai vista una brigata composta da sei persone (i quattro italiani più un americano e un basco). Generalmente, infatti, nell’esercito odierno per brigata si intende una “grande unità militare costituita da più battaglioni di armi e specialità diverse, idonea ad assolvere un compito tattico in un’area assegnata”.

Evidentemente il termine brigata è tanto caro al mondo della sinistra antagonista spesso descritto da mezzi di informazione come Repubblica. Poco importa, poi, se richiama vicende nefaste come il terrorismo delle Brigate Rosse (il caso vuole che la milizia dei curdi siriani YPG abbia una stella rossa a cinque punte; quella degli antifascisti che hanno raggiunto Raqqa di punte ne ha solo tre). La brigata internazionale, come si legge, si sta preparando con l’esercito curdo all’assalto finale a Raqqa per conquistare l’ultima delle roccaforti dello Stato Islamico.

Ma che bravi questi combattenti: ci si domanda però se lo stesso trattamento sarebbe stato riservato a militanti di destra o nazionalisti che avessero fatto la stessa scelta (coraggiosa, è bene ammetterlo con onestà). Senza dubbio ci troveremmo a parlare di fantomatici neonazisti partiti con il gusto di seminare terrore, da spargere una volta rientrati in Italia.

Ci si chiede inoltre il motivo di un atteggiamento così interventista da parte di militanti di un mondo che da sempre si professa antimperialista salvo poi accodarsi agli interventi militari di Usa e Russia in Siria; o che si definisce antimilitarista e pacifista, ma che poi imbraccia le armi al momento opportuno. Ovvero quando Raqqa sta per essere liberata.

Il paragone con i partigiani di ieri, a questo punto, è automatico: i loro epigoni hanno imparato la lezione alla perfezione. Saltare sul carro(armato) vittorioso al momento giusto. Tanto poi ci pensa Repubblica a tessere le lodi.

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4 Commenti

  1. Claudio said:

    Mi sembra che l’estensore dell'”articolo” sia completamente a digiuno di storia e non conosca in alcun modo la realtà curda e siriana.
    La parola brigata e un tributo alle brigate internazionali della guerra di Spagna, non certo al brigatismo rosso, che non ha niente in comune con la lotta dei curdi siriani. I combattenti stranieri erano anche a Kobane, accerchiati dallo Stato Islamico, e no, Raqqa non sta per essere liberata.

    Le milizie curde non sono un esercito regolare quindi, secondo l’opinione di chi ha pubblicato l’articolo, non avrebbero dovuto difendersi dallo stato islamico ma semplicemente aspettare la cavalleria.

    Complimenti.

  2. aldo said:

    onore a chi combatte contro l’Isis come i coraggiosi curdi della Rojava ed onore anche a questi i ragazzi.Il problema non è il coraggio perché pure i kamikaze dell’isis sono nella loro crudele pazzia sprezzanti della morte ma per COSA si combatte. Ecco perché tra nazifascisti e partigiani non ci potrà mai essere storicamente paragone.

    • Luca Cirimbilla said:

      Bè una cosa è combattere con una divisa militare, secondo precise regole di guerra, un’altra è farlo in abiti civili per confondersi tra la popolazione e poi eseguire veri e propri massacri come le foibe o l’eccidio di Schio solo per fare due esempi.

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