Alitalia in crisi (come previsto), mentre Ryanair è prima in Europa

Da prestigiosa compagnia di bandiera Alitalia è diventata l’emblema di tutto ciò che non si dovrebbe fare: privatizzata, salvata più e più volte, ridimensionata. Ristrutturata, rilanciata. Ma niente: è sempre in crisi.

Lo confermano i numeri: la società ha una perdita operativa di 500milioni l’anno. Una crisi iniziata nel 2009, come spiega Andrea Giuridicin, docente di economia dei trasporti all’Università Milano Bicocca: «All’epoca, il governo di Silvio Berlusconi bloccò la vendita di Alitalia ad Air France – KLM e organizzò una cordata di imprenditori per acquistare Alitalia e preservarne “l’italianità”. L’operazione, a detta di quasi tutti i commentatori, si è rivelata un disastro. Non solo la cordata – chiamata CAI – acquistò Alitalia per 700 milioni di euro in meno rispetto all’offerta fatta da Air France-KLM, ma acquistò soltanto la parte “sana” della compagnia. Debiti e personale in più furono trasferiti in una cosiddetta “bad company” che rimase a carico dello Stato».

Con i risultati che tutti conosciamo. Nel 2016 Alitalia ha perso più di un milione di euro al giorno, nonostante la privatizzazione che avrebbe dovuto risolvere le cose. Al di là dei vari tagli ai costi, quel che sembra necessario un radicale cambio nel “modello di business”. Basta fare un confronto con Ryanair: la compagnia low cost irlandese nel 2016 ha superato persino Lufthansa come maggiore compagnia aerea europea per numero di passeggeri (117 milioni di passeggeri contro 109,7). Non solo: la quota di mercato in Italia di Ryanair, negli ultimi cinque anni, è passata dal 20 al 30%, diventando primo operatore. Così, ha annunciato che investirà ancor di più nel nostro Paese, potenziando le sue rotte con altri venti Boeing.

Come può pensare Alitalia di poter competere senza rivedere completamente la sua impostazione? Come spiega al Corriere Andrea Boitani, docente di Economia politica alla Cattolica di Milano, «in Europa c’è un eccesso di capacità produttiva. […]  Alitalia era già senza speranze nel 2000. Chiamarla compagnia di bandiera non ha più senso. Bisognava chiuderla e trasformarla. Con coraggio». Chi se la prenderà questa responsabilità?

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