I sindacati sotto attacco da Boeri e dalla Corte dei Conti ma la casta politica non la tocca nessuno

tito boeri legge mosca

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, in un’intervista a Repubblica dichiara che ha pronta una circolare per applicare la sentenza della Corte dei Conti relativa ai famigerati “salari gonfiati” che in passato hanno permesso ad alcuni sindacalisti, per la verità sembrerebbero solo 40 persone, di vedersi accreditati contributi per retribuzioni faraoniche non proprio consone all’attività sindacale.

La Corte dei Conti si è espressa su un caso limite di un sindacalista che da maestro di scuola si è visto catapultare in soli 14 mesi il suo stipendio da 2000 euro a 8000 euro negli ultimi due mesi a ridosso della pensione. La corte ha deciso che gli aumenti retributivi debbano essere giustificati o dalle variazioni contrattuali o da avanzamenti negli incarichi sindacali e comunque vanno inseriti entro certi parametri di equità. Nella fattispecie il caso più famoso è quello dell’ex segretario della Cisl Raffaele Bonanni che negli ultimissimi anni di lavoro si era visto aumentare lo stipendio da 75.223 a 336.260 euro l’anno trascinandosi un vantaggio pensionistico notevole e che gli ha permesso di farsi riconoscere una pensione di oltre 5300 euro mensili. Ora non volendo fare di tutt’erba un fascio siamo convinti, e ne è convinto anche il presidente dell’Inps, che non tutti i sindacalisti in aspettativa sindacale abbiano goduto di questi “incrementi” retributivi ma grazie alla legge 564 del 1996 abbiano solo avuto come contribuzione aggiuntiva la reale differenza tra lo stipendio che avrebbero percepito in azienda e quanto il sindacato effettivamente riconosceva al sindacalista tranne che per 40 casi di sindacalisti già in pensione e di cui non si conoscono i nomi.

Rimane il fatto, invece, che attualmente secondo le stime dell’Inps ci sarebbero circa 1400 posizioni di sindacalisti che potrebbero godere in astratto dello stesso privilegio dell’ex segretario della Cisl anche se in misura notevolmente ridotta ma pur sempre significativa. Insomma ormai la caccia al “sindacalista in aspettativa” con tanto di contributo aggiuntivo fuori misura è aperta e in questa Italia forcaiola e con poca memoria anche un caso limite come quello di Bonanni viene riesumato e gettato in pasto all’opinione pubblica come se questo fosse “l’unico privilegio” di una delle tante caste esistenti nel nostro paese. Sia ben chiaro che questa non è una difesa della casta dei sindacalisti ma la dimostrazione che il vecchio proverbio che chiodo scaccia chiodo è sempre valido. Nello specifico ritenendo che sia più che giustificato intervenire su quei 40 sindacalisti che, secondo Boeri, stanno godendo di una pensione gonfiata dalla legge 564 del 1996 firmata da Tiziano Treu vogliamo mettere in evidenza come certi comportamenti, che non giovano all’istituto sindacale, potrebbero essere evitati e monitorati se ci fosse l’obbligo di rendere pubblici e trasparenti i bilanci delle organizzazioni sindacali le quali attualmente possono tranquillamente, e senza controlli esterni, manovrare i contributi sindacali versati dai lavoratori ma anche alcuni contributi pubblici che gli stessi possono percepire attraverso operazioni legate agli Enti Bilaterali, agli Enti di Patronato e ai Caf.

Ora tornando al caso Bonanni (e a quello dei 40) di cui parla il presidente dell’Inps sarebbe interessante vedere se effettivamente quelle retribuzioni sono state percepite dall’ex segretario della Cisl oppure se sono state solo “denunciate” ai fini di gonfiare la sua pensione? Stesso ragionamento va fatto per tutti gli altri 1400 sindacalisti che, sempre secondo i dati di Boeri, sono ancora in attività. La differenza tra il percepito e il dichiarato non è di poco conto perché se il Bonanni di turno ha una progressione retributiva, seppur anomala ma giustificata, di oltre 250 mila euro in cinque anni e questi soldi li ha realmente percepiti il problema è solo di carattere morale: un sindacalista non può guadagnare più del Capo dello Stato. Se, invece, questi 250 mila euro sono solo stati dichiarati siamo davanti ad un problema di carattere penale perché si tratterebbe di una vera e propria truffa ai danni dell’Inps.

Ecco perché bisogna distinguere senza per questo criminalizzare chi, mettendosi a disposizione del sindacato a tempo pieno, rinuncia ad una parte di retribuzione contrattuale che avrebbe percepito in azienda e che invece recupera ai fini pensionistici regolarmente con una contribuzione aggiuntiva. Quello che bisogna colpire è, invece, l’abuso di un’opportunità che non può essere scambiata per privilegio se correttamente utilizzata. Difesa dei sindacalisti? Si di quelli onesti che non si sono fatti gonfiare lo stipendio per aumentarsi la pensione e condanna verso i “furbetti del sindacato” che hanno abusato di una legge dello Stato. Detto questo sarebbe il caso di rivedere anche le pensioni di quei politici, e amici e parenti degli stessi, che negli anni 70/80 hanno goduto dei benefici della famosa legge Mosca, dal nome del deputato ex sindacalista della Cgil, che dette la possibilità di ricevere una pensione a coloro che, nell’immediato dopoguerra, avevano lavorato nei sindacati o nei partiti senza però che i loro datori di lavoro (partiti e sindacati) avessero versato i relativi contributi all’Inps. La stima iniziale fu di qualche centinaio di persone per i quali sarebbe bastata una semplice dichiarazione del “presunto” datore di lavoro e quei lavoratori si sarebbero trovati versati dei contributi ovviamente figurativi e avrebbero potuto godere della pensione a vita. Le cose poi in Italia vanno sempre in un certo verso e da poche centinaia che dovevano essere sono attualmente 35 mila le persone che godono di questa pensione senza aver versato un centesimo di contributo. In questi decenni nessun partito ha avuto il coraggio di rivedere e controllare le varie posizioni forse perché tra i beneficiari della legge Mosca ci sono nomi come Giorgio Napolitano, Ottaviano Del Turco (Psi), Achille Occhetto, l’ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti, la scomparsa Nilde lotti e lo scomparso Armando Cossutta.

Tra i beneficiari risultano anche ex sindacalisti come Pietro Larizza, Sergio D’Antoni, Franco Marini oltre che una pletora di parenti affini e amici che sono stati inseriti in queste liste premio. Come affermò Giuliano Cazzola, ex sindacalista della Cgil: “L’intento della legge era lodevole, ma gli abusi sono stati infiniti: mogli, figli, fidanzate, suocere, centinaia di persone hanno portato a casa pensioni immeritate”. Ci fermiamo qui non per assolvere o giustificare i sindacalisti della legge 564 del 1996 ma per far capire che è facile spostare l’attenzione su poco più di 40 persone, i sindacalisti con le retribuzioni gonfiate secondo Boeri, e i 1400 sindacalisti in odore di gonfiamento retributivo quando nessuno parla più dei 35 mila politici o amici dei politici che in questi anni secondo stime ci sono costati oltre 13 miliardi di euro.

Insomma invece di una guerra tra poveri è il caso di dire che è in atto una guerra tra (sindacalisti e politici) ricchi. Al Presidente Boeri suggeriamo di effettuare un piccolo controllo ispettivo dell’Inps per verificare sia i 40 già pensionati che i 1400 in odore di pensione e vedere se questi presunti aumenti di stipendio rispecchiano gli avanzamenti retributivi che i sindacalisti avrebbero avuto realmente se fossero rimasti in azienda. Solo così potremmo dare un senso a quella scritta che campeggia su tutti i tribunali: La legge è uguale per tutti. Altrimenti ci viene il sospetto che a quella scritta manca un avverbio di negazione.

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