Intervista a Angelo Inglese, “La filosofia made in Italy che vestirà Trump”

Da Ginosa, in provincia di Taranto, alla conquista di Washington: la sartoria Inglese che ha solcato un oceano per approdare alla Casa Bianca, da anni combatte contro l’assenza delle istituzioni italiane.

Non solo passione, ricerca delle materie prime e bellezza, ma anche la voglia di non mollare e rimanere sul territorio per valorizzarlo. Ma come si è arrivati dalla Puglia al vertice della Casa Bianca? “Il contatto con Donald Trump – ha raccontato a L’ultima Ribattuta Angelo Inglese – si è sviluppato attraverso l’associazione di italo-americani Mad for Italy di cui fa parte George Lombardi. Quest’organizzazione ha lo scopo di promuovere la cultura italiana e tutto ciò che appartiene alla nostra storia, rappresentando la nostra bellezza al pubblico americano”.

Che tipo di camicia è quella richiesta dal tycoon repubblicano? “Si tratta di una camicia che risponde ai nostri classici standard di lavorazione, appartenente alla fascia che rispecchia il nostro top di gamma, con un tessuto in cotone di altissima qualità”. Il nuovo inquilino della Casa Bianca, però, è solo l’ultimo in ordine cronologico di una lista di nomi importanti che si rivolgono alla ditta Inglese.

“Le nostre camicie su misura sono richieste da uomini di governo del Giappone e dai Reali d’Inghilterra. I nomi dei nostri clienti vip cerco sempre di limitarli; tra loro ci sono anche grandi industriali e personaggi dello spettacolo di tutto il mondo. Con alcuni ci sono rapporti di amicizia, è il caso di Checco Zalone o di Vittorio Sgarbi. Un legame particolare, poi, è nato con il regista italo-americano Francis Ford Coppola“.

Come è nata, dunque, questa passione per la sartoria? “Tutto nacque con la bottega sulla cui insegna c’era scritto soltanto «Tessuti», aperta nel 1955 dai quattro fratelli Inglese, i figli di «Annunziata la sarta». Qui ho avuto la fortuna di formarmi in una dimensione particolare, con la colonna sonora composta dalle piacevoli chiacchierate tra i dipendenti e la radiolina sempre accesa; con il profumo del vapore del ferro da stiro sui tessuti, il gesso che traccia i tessuti da tagliare e le macchine da cucire a pedale che li trasformano in abiti e camicie”.

Angelo Inglese la chiama “convivialità” ed è la dimensione della bottega, ovvero quel fattore che abbassa ciò che gli economisti definiscono la «penosità» del lavoro. “Abbiamo voluto riprodurre questa particolare dimensione nel centro storico di Ginosa: l’idea era di trasferire tutte le diverse attività in una struttura che stavamo riqualificando, partendo dagli ambienti bottegai come la sartoria, fino alla nostra lavorazione “in serie”, passando per le aree dedicate all’ospitalità per i clienti, le aule per i seminari di «turismo sartoriale» e gli alloggi per gli apprendisti”.

L’obiettivo era quello di lavorare immersi in un panorama suggestivo reso incantato dalle grotte circostanti, per far respirare ai dipendenti la bellezza e l’armonia da trasmettere nel lavoro. “Per creare una dimensione comunitaria tra i lavoratori – ha raccontato Inglese – oltre alla mensa era stata sviluppata l’idea di organizzare attività culturali all’interno di questo borgo antico, ma a 500 metri dal centro della città”.

Purtroppo però, il progetto di un centro industriale con una sua indipendenza e un suo fascino, sviluppato con l’idea di poter respirare un’aria diversa e senza smog, si è scontrato prima con i danni causato dall’alluvione del 2013 e poi con l’assenza delle istituzioni. “Il 21 gennaio di tre anni fa il maltempo causò uno smottamento sull’unica strada che collega il centro nuovo con quello storico, bloccando di fatto i lavori quando la riqualificazione della struttura era all’80 per cento. Da allora non s’è mosso nulla e dopo sette anni di restauro, ci siamo trovati costretti a fermare tutto”. Non solo una burocrazia scoraggiante, ma anche le visite particolarmente pressanti degli agenti del fisco non hanno colpito la voglia di andare avanti.

L’amarezza è tanta soprattutto per il timore che queste grandi opportunità che metterebbero il territorio di Ginosa e della Puglia al centro di tutto, non vengano comprese. “Ci stanno chiamando da tutto il mondo per conoscerci, riceviamo tv russe e americane: la moda tradizionalmente si fa a Milano, a Parigi, a New York, a Londra e non si fa certamente a Ginosa. Noi, invece, con questa struttura cercavamo di dare una svolta, per noi era una ragione di vita per giustificare il fatto che siamo rimasti nel nostro territorio. Ora, purtroppo, non sappiamo se potremo trattenere qui il 100 per cento della nostra produzione, l’idea è di trasferire gli uffici commerciali al nord. Alla fine – osserva amaramente Inglese – tu ce la metti tutta, ma quando poi non vieni preso in considerazione è dura”.

La rabbia raddoppia quando poi arrivano le critiche alla scelta di fornire le camicie al presidente Trump: “Qualcuno ne sta facendo una questione politica: a mio avviso, invece, il dato politico più preoccupante è quello di non essere preso in considerazone dai miei amministratori. Se dobbiamo parlare di politica dobbiamo partire da qui: io ho scelto di fornire il presidente degli Usa, come altre personalità, soprattutto per portare in alto la bandiera del Made in Italy”. Eppure c’è chi ha rifiutato di esibirsi alla cerimonia di insediamento di Trump, come Il Volo: “Mi auguro che non sia stato un rifiuto legato a un fatto politico o ideologico. Se la ragione è davvero quella credo che abbiano perso occasione per dare visibilità al made in Italy”.

Una missione – come ha spiegato Inglese – che non è per niente facile: “Ci sono arrivate proposte di vendere il marchio, anche molto interessanti, ma le abbiamo rifiutate perché abbiamo voluto puntare su questo progetto”. Un’altra tentazione è quella di delocalizzare all’estero la produzione, guadagnare molto a scapito della qualità dei prodotti e delle condizioni lavorative dei propri dipendenti: “Usare l’impresa per fare profitto è una scelta di vita. Invece c’è chi – come me – preferisce la strada dell’impresa per fare anche cultura, per arricchire il mondo non solo di euro, ma di tanta sapienza, andando a riscoprire materie prime o lavorazioni che non si utilizzano più”.

La dimensione umana della bottega, dunque, contro la fagocitante prepotenza dei colossi multinazionali: proprio con la presidenza Trump – secondo le parole dell’ex ministro Giulio Tremonti – potrebbe arrivare ua svolta importante in chiave antiglobalizzazione. “La nuova presidenza potrebbe essere un input, potrebbe essere un aiuto. Sono pochissime le realtà che producono eccellenza in grandissima serie. Ovviamente il destino è nelle mani degli uomini. È una scelta coraggiosa dire ‘io faccio poco, ma lo faccio bene e deve piacere al mondo’”. Se poi le istituzioni – sia locali che nazionali – cominciassero ad ascoltare le esigenze di chi vuole rappresentare il Made in Italy nel mondo, sarebbe davvero tutto molto più semplice.

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