Cassazione: il figlio adottivo ha il diritto di cercare la propria madre

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Ma la sentenza non è valida se la madre ribadisce di voler rimanere nell’anonimato

Il figlio adottivo sarà legittimato a interpellare la madre naturale che al momento della nascita ha scelto l’anonimato. A meno che la donna, seppur a distanza di tanti anni, non voglia ancora continuare a nascondersi dietro la legge. A sancirlo è la storica sentenza numero 1946 del 25 gennaio 2017 della Corte di Cassazione. 28 pagine in netto contrasto con l’inspiegabile inerzia e il fastidioso silenzio del Parlamento, che più volte ha promesso di intervenire sull’argomento con una legge ad hoc. Ma gli anni passano e la legge si fa ancora attendere. Smentita quindi l’assurda decisione dei giudici della Corte d’appello di Milano, che avevano stabilito che “è necessario attendere l’intervento del legislatore per dare corso alla richiesta del figlio e che il giudice interpelli in via riservata la madre naturale circa la persistenza della sua volontà di non essere nominata”. Per i magistrati del Palazzaccio invece, la volontà della Consulta (sentenza n. 278 del 2013) era sufficiente per riconoscere il diritto del figlio adottivo a incontrare (o quantomeno provarci) la propria madre naturale. Solamente quattro anni fa, con la sentenza 22 novembre 2013, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la mancanza “della possibilità per il giudice di interpellare la madre, che abbia dichiarato di non voler essere nominata, su richiesta del figlio ai fini di un’eventuale revoca di tale dichiarazione”. Il tutto (ovviamente), “attraverso un procedimento stabilito dalla legge, che assicuri la massima riservatezza”. Ma dinnanzi a un contrasto normativo, accompagnato da un silenzio totale del Parlamento, come ci si deve comportare? La risposta è arrivata secca e repentina dalla Cassazione: si deve ignorare il vuoto normativo, e va applicata l’indicazione fornita dalla Consulta. Quindi, in materia di parto anonimo, “sussiste la possibilità per il giudice – su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale – di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata”. Il tutto, “con modalità procedimenti, tratte da quadro normativo e dal principio indicato dalla Corte Costituzionale, idonee ad assicurare la massima riservatezza e il massimo rispetto della dignità della donna”. Si fa finalmente chiarezza su uno dei dibattiti più delicati e discussi nel nostro paese. Anche la Corte europea, con una sentenza del 2012, ha evidenziato il forte squilibrio della normativa italiana,  che “non tenta di mantenere alcun equilibrio tra diritti e interessi” dei due individui, dando una “preferenza incondizionata” al diritto della donna a mantenere l’anonimato. Tra una sfilza infinita di leggi e una burocrazia asfissiante burocrazia, una cosa rimane senz’altro certa: conoscere le proprie origini, vedere da vicino il volto della propria madre, guardarla negli occhi anche solo per un attimo, è un diritto che andrebbe riconosciuto a tutti.

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