Tangenti in Rai, anche 3 finanzieri tra gli indagati per corruzione

Si è conclusa la prima parte dell’inchiesta, quella che riguarda la parte tributaria, relativa alla famiglia Biancifiori – il padre Albino, insieme ai figli David e Danilo – il cui Gruppo si è aggiudicato per anni i bandi di gara in Rai. Grazie a corpose e reiterate tangenti.

Tra gli indagati per corruzione e associazione a delinquere anche tre “insospettabili” divise della Guardia di Finanza. Si tratta di Carmine Cacciapuoti, “a busta paga dell’organizzazione” nonostante ufficialmente fosse un maresciallo delle Fiamme Gialle. A lui gli inquirenti imputano “funzioni” ben precise: era suo compito, infatti, “segnalare, prevenire e addomesticare eventuali verifiche fiscali a carico del gruppo di imprese riferibili alla famiglia Biancifiori“, ma anche “procacciare e gestire i prestanome e le società necessarie alla realizzazione dei reati fiscali“.

Il finanziere condivide l’accusa di corruzione con altri due colleghi. Come ricostruito dalle carte della Procura, la famiglia Biancifiori, in concorso con il commercialista Massimo Campagnola (intermediario tra gli alacri imprenditori e la Guardia di Finanza) ha pagato ai tre della Gdf la somma complessiva di 300mila euro affinché si occupassero (o non si occupassero) di alcuni “dettagli”: la verifica fiscale “su misura” fatta alla società Di And Di Lighting ad Truck srl (una delle società dei Biancifiori) e relativa stesura di un verbale “di constatazione idoneo ad occultare le violazioni tributarie” e le  “irregolarità fiscali” messe in atto dalla società.

Gli altri nomi coinvolti a vario titolo in questo filone dell’indagine, oltre a quelli già nominati, sono quelli di: Giuliano Palci, Giancarlo Bianconi, Guido D’Agostino, Lucia Mariotti, Pamela Oliva, Francesco Laganà, Battista Cesare, Giuseppe Giglio, Luigi Pannone, Giuseppe Pannone, Tommaso Russo, Rosa Noviello, Elisabetta Di Lullo, Silvano Andreotti. E, in nome omen, Roberto Corrotto.

Il quotidiano “La Verità” riporta uno stralcio della dichiarazione resa da David Biancifiori davanti agli inquirenti in cui dichiara che “c’era anche un politico” coinvolto nella vicenda, “che aveva un suo uomo dentro il Cda della Rai“. A lui, insieme ad altri funzionari della tv di Stato, “occorreva pagare una tangente pari al 5% del fatturato”.

E mentre in viale Mazzini si continua a far finta di nulla, come se lo scandalo non li riguardasse >>leggi qui<<  confidando evidentemente nell’improbabile eventualità che fingendosi morti nessuno chieda conto di quanto stia accadendo, non sono da meno i giornali (Il Messaggero, in primis) che, quando si sono degnati di riportare la notizia, lo hanno fatto con la stessa enfasi con cui si ordina un caffè al bar la mattina.

 

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