I ragazzi non conoscono l’italiano? Colpa dei professori sessantottini

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“È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente”. Inizia così l’appello che oltre 600 professori universitari hanno rivolto alla politica italiana chiedendo un immediato intervento del governo e del parlamento per porre rimedio a questo “scempio culturale” che sta colpendo i nostri giovani che escono dal percorso scolastico e/o universitario e dovrebbero, il condizionale a questo punto è d’obbligo, entrare (culturalmente formati) nel mondo del lavoro.

Tra i 600 firmatari ci sono anche nomi di prestigio come accademici della Crusca del calibro di Rita Librandi, Francesco Bruni o Piero Beltrami; filosofi come Massimo Cacciari e Roberto Esposito; illustri docenti di letteratura italiana come Giuseppe Nicoletti e Biancamaria Frabotta; linguisti di fama internazionale come Edoardo Lombardi Vallauri e Stefania Stefanelli; storici come Ernesto Galli Della Loggia e Chiara Frugoni. L’appello è stato firmato anche da tanti altri nomi famosi e meno appartenenti a tutte le aree tematiche, culturali e scientifiche, degli atenei italiani compresi quattro rettori universitari. E proprio dagli atenei si ha la prova di quanto denunciano i 600 firmatari dell’appello che riscontrano come “da tempo i docenti universitari denuncino le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana”. Una denuncia forte e chiara nei confronti di un sistema formativo primario secondario che parte da chi dovrebbe prendere in carico dei giovani già fondamentalmente formati per affrontare le aule degli atenei.

I 600 rivolgono accuse pesanti alla classe politica scrivendo che “a fronte di una situazione così preoccupante il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato, anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi. Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema” e cercano anche di dare suggerimenti rilevando che “Abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti. Dobbiamo dunque porci come obiettivo urgente il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base da parte della grande maggioranza degli studenti” e terminano spiegando come si potrebbe risolvere il problema scrivendo “a questo scopo, noi sottoscritti docenti universitari ci permettiamo di proporre le seguenti linee di intervento: una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari. Tali indicazioni dovrebbero contenere i traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni; l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano.

Un bel siluro, dunque, viene dal mondo accademico e culturale del nostro paese contro una politica, o meglio, contro quei politici che negli ultimi decenni hanno percorso la strada del “18 politico” per gli esami universitari o del divieto di bocciare nella scuola primaria e limitare le bocciature in quella secondaria. Oggi ci si trova con dei docenti, con le ovvie e dovute eccezioni, che sono il frutto di quella “scuola ideologica” che nel ’68 pervase tutta la nostra penisola. Gli studenti di allora si sentirono liberati dalle frustranti lezioni teoriche che spiegavano i grandi classici antichi e moderni; i professori non erano più delle “guide” ma dei “colleghi”; la scuola non era più un laboratorio dove apprendere, ma una grande fabbrica dove bisognava evitare di “sfruttare” i poveri allievi. Ecco i risultati. Ovviamente non bisogna generalizzare e tantomeno prendersela con i 600 firmatari di questo appello che suona come un campanello di allarme nei confronti di una società presente e futura che si è dimenticata di aver dato i natali a Dante, a Manzoni, a Leopardi, a Carducci o, per arrivare ai tempi nostri, a Pasolini, a Sciascia e a tanti altri.

Il dramma è che la globalizzazione ha fatto perdere di vista “l’identità nazionale” e già il fatto che non si studi più il latino nella scuola media la dice lunga sul degrado culturale di questo paese, la stessa marginalizzazione degli studi filosofici passa proprio per quella “liberazione da una scuola inutile e nozionistica” iniziata nel 1968 e che, anno dopo anno, ha finito per prendere il sopravvento nei confronti di una cultura che porta gli  italiani ad essere uno dei popoli che leggono meno nel mondo, ce lo dice una ricerca del World Culture Score Index che colloca l’Italia al 24° posto tra 30 paesi presi a campione e dove al primo posto c’è l’India. Ora i nostri ragazzi saranno anche dei “somari” in italiano ma i nostri politici non sono da meno e gli strafalcioni che vengono pronunciati in parlamento ne sono la prova. Indimenticabile l’intervento del deputato grillino che iniziò dicendo: “Sarò breve e circonciso” confondendo il significato dell’iniziazione ebraica con la parola che indica brevità di contenuti. Anche i sindacalisti con l’uso del congiuntivo e l’utilizzo di “alla quale” non scherzano dando materiale al comico Antonio Albanese che ha creato il personaggio di Cetto La Qualunque.

Insomma il vecchio proverbio “è inutile piangere sul latte versato” è più che mai attinente con la denuncia dei 600 uomini e donne di cultura che hanno denunciato l’asfissia culturale della lingua italiana che rischia di morire soffocata dall’ignoranza di regime perpetrata dal 1968 ad oggi. Correre ai ripari è possibile? No. E’ doveroso e urgente.

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