Fini indagato, spalle al muro: sequestrati conti e beni dei Tulliani

fini tulliani

L’avviso di garanzia è stato consegnato a Gianfranco Fini: l’accusa è di concorso in riciclaggio dei fondi neri di Francesco Corallo.

I soliti fantasmi tornano a tormentare l’immobiliarista di Montecarlo: Gianfranco Fini è indagato per riciclaggio nell’ambito dell’inchiesta che ha portato la Guardia di Finanza a sequestrare beni per 5 milioni alla famiglia Tulliani. Come ha riportato L’Espresso, al centro dell’accusa di autoriciclaggio ci sono i 3 milioni e 599 mila dollari versati nel 2009 da Francesco Corallo su un conto estero intestato a Sergio Tulliani. Questi sono stati ulteriormente trasferiti ai figli Giancarlo ed Elisabetta, per essere reimpiegati in acquisti di immobili nella zona di Roma. Tutte queste proprietà sono state sequestrate.

Nel mirino delle indagini, dunque, c’è anche la plusvalenza di oltre un milione frutto della vendita del noto appartamento di Montecarlo, di proprietà di Alleanza Nazionale, il partito di Fini. L’appartamento della contessa Colleoni venne acquistato da Giancarlo Tulliano attraverso fondi neri versati dalle società offshore di Corallo. Dopo averla rivenduta, Giancarlo effettuò il bonifico di 739 mila dollari in Italia alla sorella Elisabetta. Sergio Tulliani vive nello stesso palazzo della figlia e di Gianfranco Fini, in un appartamento confinante, che era stato perquisito nel giorno degli arresti di Corallo e soci.

L’iscrizione nel registro degli indagati di Fini scaturisce dalle perquisizioni a carico di Sergio e Giancarlo Tulliani eseguite a dicembre 2016. Le nuove condotte di riciclaggio, reimpiego ed autoriciclaggio posti in essere da Sergio, Giancarlo, Elisabetta Tulliani e Gianfranco Fini sono state verificate dagli accertamenti bancari e finanziari sui rapporti intestati alla famiglia Tulliani.

L’ex presidente della Camera, dopo le recenti esternazioni in cui provava a far credere di essere “un coglione” vittima di chissà quale raggiro, non ha fatto altro che balbettare la solita frase di rito con cui si dichiara “fiducioso nel lavoro della magistratura” ammettendo che “l’avviso di garanzia è un atto dovuto”.

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