L’appello di Roberto Panella, risvegliatosi dopo tre mesi di coma

Roberto

Roberto, dopo un grave incidente in scooter, è rimasto in coma per tre mesi. Adesso cammina, parla e combatte. Uno spot contro l’eutanasia

“Se la vita ti dà un cazzotto tu devi ridargliene altri tre”. Comincia così l’emozionante intervista di Roberto Panella ai microfoni de “La Verità“. Era una sera del lontano luglio 2007 quando un’automobile lo investiva mentre era alla guida del suo scooter nei pressi di Frascati, piccolo paese dei Castelli Romani, a due passi della Capitale.

Una storia che merita di essere raccontata, perché come dice Roberto, “la vita insegna più di cento professori”. Dopo l’incidente, il ragazzo viene trasportato d’urgenza all’ospedale di San Giovanni, dove subisce diversi tipi di operazioni per fermare le emorragie celebrali. “I dottori mi hanno detto che non c’era alcuna speranza che Roberto uscisse vivo dalla terapia intensiva, troppi i danni e le complicazioni” racconta Manola, la mamma di Roberto. Il ragazzo rimane in coma per tre mesi. Amici e parenti, scoraggiati dai referti medici che danno ormai per certa la morte del ragazzo, piangono ogni giorno. “Mai una parola di speranza – prosegue la mamma – “fui persino sgridata da un’infermiera che mi disse che era inutile far ascoltare la musica a mio figlio perché era già morto”.

Ma Roberto non molla. Il suo cuore continua a battere, e l’attività celebrale comincia a dare i primi segni di ripresa, finché un giorno la signora Ciacci ritrova suo figlio con le palpebre aperte: “Non scorderò mai gli occhi azzurri e glaciali di quel medico che per la prima volta si sciolse in un timido sorriso, nessuno sapeva capacitarsi di quel risveglio”.

I medici continuano ad essere scettici, e il parere degli specialisti è alquanto pessimista: “difficilmente il ragazzo potrà tornare a parlare e a camminare”. Alcuni addirittura lo ritengono poco più che un vegetale. Ma dopo un anno, Roberto stupisce tutti un’altra volta. Adesso parla e cammina, e ha un sorriso a 32 denti. “Dal momento in cui mi sono svegliato ho detto ‘ce la faccio’, ma senza i parenti sarebbe stato impossibile”.

E intanto gli anni passano; tra centri di riabilitazione,  palestre, logopedisti, e interventi di vario genere. Ma Roberto non ha mai mollato. La calotta cranica ricostruita artificialmente e un’emiparesi alla mano destra, nascondono perfettamente i segni del gravissimo incidente di dieci anni fa. Adesso è solo un lontano ricordo. “Ci sono cose che la scienza non può ancora prevedere, ed una di queste è proprio il mio risveglio.” – afferma RobertoL’eutanasia è la scappatoia più veloce per una società di persone sole. Ognuno è libero di fare quello che vuole; tuttavia, dobbiamo considerare che la vita non ce la siamo data da soli, ma è un dono che ci è stato concesso da altre due persone. La società che scappa dal dolore, fa solo aumentare la sofferenza, perché si gira dall’altra parte, toglie dalla sua vita quello che le dà più fastidio, il malato, il più debole”.

Poi il ragazzo si sfoga con le istituzioni: “per la politica e le amministrazioni è più semplice staccare un sondino che alimenta un malato piuttosto che dare speranza e sostegno. Se i malati gravi li togli di mezzo sai che risparmio! Ma la vita non è lineare, non può andare tutto bene, non abbiamo la gomma da cancellare e quello che succede resta indelebile”. In un periodo storico dove il dibattito sull’eutanasia è sempre un argomento di primo piano, e dove l’opinione pubblica tira spesso in ballo il caso Englaro per rivendicare il diritto alla morte, Roberto vuole dire la sua: “Da questa legge che è in discussione non deve uscire un messaggio sbagliato. Lo Stato è come un padre, deve sempre ricordarci che la nostra vita è importante. Essere lasciati solo ad affrontare un dramma è cosa ben peggiore di qualsiasi dolore fisico. Lo Stato, prima di garantire una morte senza sofferenza, deve poter offrire una vita dignitosa ai più fragili. La società fugge dal dolore e toglie dalla sua vista quello che le dà più fastidio: il debole, il malato”.

Roberto è uno di quelli che non si è mai arreso. Nemmeno di fronte alla morte. Adesso ha 28 anni, fa il meccanico, e frequenta un corso di cucina completamente a sue spese: “io sono pronto, il mio esempio sul posto di lavoro potrebbe aiutare gli altri a guardare avanti con maggiore speranza”. Certo, la ricetta di Roberto è molto semplice a parole. Ma metterla in pratica è tutta un’altra cosa. Significa affrontare il male e le avversità della vita con tanto coraggio, sempre a testa alta. Significa combattere il dolore e la sofferenza con una grande voglia di vivere. Ma significa soprattutto non mollare mai. Perché nella vita, come ci insegna Roberto, non si deve mai dare nulla per scontato.

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