“Marwa non morirà” Corte francese non stacca la spina, e quella Inglese?

“Marwa non morirà”. Così è deciso. Il Consiglio di Stato francese ha respinto la richiesta delle autorità sanitarie locali di interrompere le cure di Marwa Bouchenafa, la bimba di 16 mesi colpita da un virus fulminante, incosciente, paralizzata e mantenuta in vita artificialmente in un letto d’ospedale a Marsiglia.

Il caso, così complesso e doloroso, aveva scosso e commosso l’intera Europa. Alla fine erano stati chiamati a prendere una decisione, in modo definitivo, i massimi vertici giurisdizionali di Parigi. Il verdetto del consiglio di Stato è arrivato ieri nel pomeriggio. I trattamenti devono continuare. La sentenza si fonda su due elementi, un “miglioramento” dello stato di coscienza della bimba e “il parere dei genitori” che si oppongono entrambi all’ipotesi di lasciarla andare.

Gioia immensa per mamma e papà, che non hai mai smesso di andare contro il parere dei medici, che invece erano ricorsi in tribunale per imporre di staccare la spina. E sono ancora convinti che sia questa la scelta migliore. “Per Marwa – sostiene l’equipe sanitaria – “non c’è più nulla da fare: ogni ulteriore tentativo sarebbe irragionevole ostinazione”. Ma i giudici dell’alta corte non sono d’accordo.

“E’ una vittoria”, esulta l’avvocato della famiglia, Samia Maktouf. “Sappiamo che avrà un handicap pesante, ma lo accettiamo perché ha diritto di vivere. Quando vedo i suoi occhi ci dice che c’è, si aggrappa” alla vita. Circolata sui media d’Oltralpe, l’immagine della piccola nel suo letto dell’ospedale La Timone di Marsiglia sintetizza la complessità del dramma. Impossibile determinare se soffra o meno. I genitori, Mohamed e Anissa Bouchenafa, non si sono mai voluti rassegnare. Marwa, insistono, sembra reagire al loro contatto, al suono della loro voce.

Prove di vita”. Semplici “riflessi”, ribatte il corpo medico. Per Jean Leonetti, il deputato autore della legge del 2005 sul fine vita, la decisione della giustizia “potrebbe fare giurisprudenza”. La norma del 2005 fissa i principi contro l’accanimento terapeutico, dando ai medici il potere dell’ultima decisione. Nella stragrande maggioranza dei casi, famiglia e medici sono d’accordo sul da farsi, ma in questo caso no. L’8 febbraio scorso, il tribunale amministrativo di Marsiglia aveva sentenziato in favore dei genitori, considerando che il proseguimento delle cure non fosse accanimento terapeutico. Ma gli ospedali pubblici di Marsiglia contestarono la decisione, ricorrendo alla consultazione dei Saggi. Nel giugno 2014, questi già si erano espressi su un caso simile, quello del tetraplegico in stato vegetativo, Vincent Lambert. In quell’occasione, diedero luce verde allo stop dei trattamenti.

Il caso per ora è chiuso, ma se ne apre un altro. In Gran Bretagna, è gara di solidarietà per salvare il piccolo Charlie, un neonato di sette mesi affetto da una rara patologia che secondo i medici non può essere curata. Sono già 15 mila le persone che hanno donato denaro in una colletta che ha raggiunto quasi le 300 mila sterline: serve però oltre un milione di pound per poter trasferire e sottoporre a una terapia sperimentale negli Stati Uniti il bimbo ricoverato nel maggiore centro pediatrico di Londra dove però i dottori preferirebbero staccargli la spina per evitare ulteriori sofferenze. I genitori invece, Connie Yates e Chris Gard, si sono opposti, affermando che è possibile ancora salvare il piccolo affetto dalla sindrome di deperimento mitocondriale, malattia di cui si conoscono pochi altri casi. A dirimere la questione è addirittura intervenuto un giudice dell’Alta corte che dovrà esprimersi sul caso il mese prossimo.

Chissà come andrà a finire anche questa storia.

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