Briatore difende il Ministro Poletti perché ha ragione

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«Poletti non ha tutti i torti, ma in Italia quando si dice una cosa del genere scoppia la rivoluzione. » A parlare è Flavio Briatore che, in merito alle polemiche scatenate dal discorso del ministro del Lavoro, dice la sua su giovani, lavoro e futuro.

“I ragazzi hanno un problema, mollano tutto troppo in fretta. – spiega Briatore – Bisogna continuare a rompere le palle: se vedi uno tenace lo prendi in considerazione, perché ha grinta. Siamo un paese di laureati disoccupati, sembra che sia la tendenza laurearsi sapendo che non c’è lavoro. Le opportunità ci sono, se uno vuole lavorare, ma nessuno pensa di lavorare manualmente: ad esempio c’è un grande bisogno di elettricisti. Ma perché un ragazzo vuol studiare fino a 37-38 anni e poi si rende conto che non ha lavoro? Perché non inizia a lavorare a 18-19 anni come ho fatto io? Mica è obbligatorio avere una laurea che è un certificato di disoccupazione? Bisogna mettersi in gioco a 18 anni, non a 42. Mi sembra una follia. A Milano c’è il numero di avvocati che c’è in tutta la Francia…”.

Sono queste le parole, schiette quanto vere, dell’imprenditore al TG Zero di Radio Capital. E continua: «A volte le connessioni che hai sono più importanti del curriculum: di curriculum ne ricevo a bizzeffe, certe volte è molto meglio che qualcuno che conosci ti consigli una persona… non è un peccato mortale. C’è bisogno di una riforma del lavoro che abbatta il costo del lavoro: in Italia è bestiale, bisogna ridurlo del 30-40%. Il curriculum conta, ma il ministro quando dice calcetto parla di conoscere gente, e può essere importante anche quello».

Sacrosanta verità. Ha ragione Briatore, che non dice che studiare non serve a niente, ma che serve anche e soprattutto altro. La voglia di lavorare, per esempio. E di imparare sul campo. Parcheggiarsi all’università per dieci anni significa affacciarsi al mercato del lavoro senza saper fare niente. Pieni di titoli, ma troppo tardi e con una concorrenza più giovane e con più esperienza. Quello che manca oggi, oltre al lavoro e alla riforma del lavoro, è un po’ di coraggio. Il coraggio di inseguire i sogni e intraprendere la propria strada. E manca anche l’umiltà, l’umiltà di affiancare qualcuno che ha più esperienza e chiedere di imparare.

Ben vengano le partite di calcetto di cui parla Poletti. E anche gli aperitivi, le cene fuori, la socializzazione. Perché i contatti, le conoscenze, valgono oro. E non significa essere raccomandati. Ma farsi conoscere, per il talento, il carattere, il carisma. Che tanto i raccomandati iniziano prima a lavorare ma si fermano subito se non valgono.

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