Amazon sfrutta i lavoratori: depressione e psicofarmaci all’ordine del giorno

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Amazon è, senza dubbio, il colosso della compravendita online. Ma cosa ci dice Amazon sulle condizioni dei suoi lavoratori? Non dice niente. E fa bene.

Dunque, in tutto sono circa 1.600 i lavoratori di Amazon tra assunti a tempo indeterminato (riconoscibili da un cartellino blu) e determinato (verde). Di loro sappiamo che hanno un’età media che supera di poco i trent’anni. E molti di loro presenterebbero problemi di salute per la velocità del loro lavoro.

Ad Amazon si lavorerebbe di corsa, per ottimizzare il tempo e non deludere i consumatori. “Il 70-80 per cento, a Castel San Giovanni, ha ernie e problemi alla schiena e al collo” ha affermato Cesare Fucciolo della Ugl.

L’Espresso ne ha parlato con Francesca Benedetti, segretario della Fisascat di Parma-Piacenza (la sigla per addetti ai servizi commerciali e del turismo della Cisl), di ritorno da un vertice internazionale in Polonia con l’azienda fondata e diretta da Jeff Bezos.

La Bendetti spiega che il livello delle malattie “normali” è elevatissimo: serve a mascherare gli infortuni e le malattie professionali. A volte è “colpa” del lavoratore, che per paura di ritorsioni non li dichiara, altre volte la responsabilità è invece dell’Inail, che fa fatica a riconoscere, nonostante i ricorsi, il livello abnorme di patologie, e l’incidenza epidemiologica al di sotto di ogni sospetto.

Inoltre, pare che l’ 80% delle contestazioni disciplinari è relativo ai tempi di percorrenza, nonostante gli ambienti siano smisurati. E le pressioni che subiscono i lavoratori, spesso stupide e pretestuose, rappresentano la norma.

Sono sempre di più i casi di lavoratori che a furia di subire vessazioni e umiliazioni a un certo punto perdono la testa e mandano tutti al diavolo. Molti sono sotto psicofarmaci. Depressione e attacchi di panico sono all’ordine del giorno. La Bendetti spiega che “esistono figure pagate proprio per questo: per farti andare di matto”. Sostanzialmente degli agenti provocatori. “zelanti professionisti della prevaricazione psicologica”, così li chiama. Persone che trascorrono la giornata a verificare che nessuno prenda un caffè, si faccia una passeggiata, vada in bagno per più di un minuto».

Infatti, non si può nemmeno andare al bagno. «Capita che un operaio si trovi in bagno, impieghi qualche istante in più della media e fuori dalla porta si materializza un manager con le braccia conserte che lo sgrida e ammonisce».

Come se non bastasse, spiega: «Amazon sta vivendo oggi in Italia quelli che sono stati i nostri anni 50 in fabbrica. Non accettano rappresentanti e mediazioni sindacali. Ci vivono come un corpo estraneo. Pretendono che i lavoratori si relazionino direttamente con l’ufficio del personale. Ultimamente però un loro rappresentante ha preso parte alle nostre riunioni sindacali, una specie di miracolo. E in America, come mi hanno raccontato loro stessi durante il vertice polacco, va molto peggio. Noi invece, grazie alle leggi del nostro passato, dei primi anni settanta, stiamo riuscendo a smuovere qualcosa».

Insomma, invece che innovazione pare che Amazon sia il ritorno alla schiavitù.

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