Isis: “Così sono scappata dopo sette mesi di stupri e violenze”

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“Se non sei forte e coraggiosa non puoi scappare da Daesh”. Questa è la storia, terribile, di M. che a 22 anni è scappata dall’ Isis dopo 7 mesi di stupri e con un bambino piccolo.

Il 3 Agosto 2014 alle 3.00 del mattino l’ Isis attacca la montagna del Sinjar, nel Kurdistan iracheno, per sterminare gli yazidi, una minoranza religiosa. Il Fatto Quotidiano nel campo profughi di Rawanduz ha intervistato una sopravvissuta.

Prima di quella notte M. era felice, sposata e incinta di 8 mesi. L’ Isis ha catturato la sua famiglia, li ha spogliati di ogni bene e poi ha separato le donne, gli uomini e i bambini (i più piccoli “spariti” gli altri arruolati), è stata l’ultima volta che M. ha visto suo marito. Lei (e il suo pancione di otto mesi) è stata portata a Tal Afar con le altre donne, radunate tutte in una scuola. Picchiate e violentate, più volte.

“Io sono stata stuprata all’ottavo mese. E dopo il parto – dice – le ragazze che erano lì da un po’ dicevano alle nove arrivate incinte da tre o quattro mesi di non dirlo perché c’era un medico che le avrebbe fatte abortire”.

Dove ha trovato la forza di scappare forse non lo sa neanche lei, ma come ha fatto sì, lo sa benissimo. Dopo quattro mesi dal rapimento è stata “affidata” a un uomo Daesh con moglie e figli, lei stava in una stanza in quella casa con suo figlio e l’uomo ogni giorno stuprava lei e drogava il bambino, minacciandola di ucciderlo se si fosse rifiutata. La moglie di quell’uomo ha avuto pena di M. e le ha permesso di telefonare a suo fratello, gli ha spiegato dove si trovasse per farsi venire a prendere. Ma dopo poco è stata trasferita in un’altra casa, a Raqqa.

Anche qui, stessa storia. Una notte è scappata, ha bussato a mille porte per farsi aiutare, nessuno le ha detto sì. E’ finita di nuovo in un check point di Daesh. E poi in prigione e poi in un’altra casa, dove ha trovato un’altra donna che ha avuto pietà di lei. E’ riuscita a chiamare di nuovo il fratello. La sua famiglia ha pagato 13.000 dollari due curdi che l’avrebbero liberata.

Si sono dati appuntamento, lei era sola in casa con la donna che la ospitava, è uscita, l’ha chiusa dentro ed è fuggita. A questo punto per M. inizia un’altra odissea. Ha superato tre checkpoint e ogni volta ha rischiato di essere ammazzata. Finchè non è arrivata (con il figlio) al confine con l’Iraq, una lettera di autorizzazione per farla passare e poi la libertà. E’ arrivata nel campo in cui si trova ora, ha riabbracciato sua madre, suo padre e suo fratello.

Finisce così la storia di M. ma non è un lieto fine. Neanche una fine. Purtroppo, o per fortuna.

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