Benigni diffida Report, ma i giornali inguattano i dettagli dell’inchiesta

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Roberto Benigni e Nicoletta Braschi, compagna di vita e di lavoro

Il premio Oscar Roberto Benigni, nei giorni scorsi, ha diffidato la Rai – nella fattispecie la trasmissione Report – dal mandare in onda una puntata che riguardava lui e il suo impero commerciale >>leggi qui<< non florido quanto si pensi.

La puntata, ieri, è andata in onda lo stesso >>guardala qui<< incurante delle minacce di querela, con tanto di richiesta di danni (evidentemente per andare a rimpinguare le casse della Benigni Spa), ma oggi – a parte la notizia del tentativo di stop – nessun giornale di sinistra riporta i dettagli dell’inchiesta di Raitre.

Dettagli che troviamo solo su “La Verità” di Belpietro che riporta come Report abbia indagato sugli affari del comico toscano e della moglie (e socia) Nicoletta Braschi: dopo il successo de “La vita è bella”, Benigni decide di aprire all’interno di una fabbrica abbandonata a Papigno, in provincia di Terni, i suoi studi cinematografici. Ma gli va male e accumula perdite per oltre 1 milione e mezzo di euro.

Intanto, il successo de “La vita è bella” non si replica né con “Pinocchio” né con “La tigre e la neve”. Così Benigni nel 2005 decide di cedere le quote di Papigno a Cinecittà Studios, di proprietà di Luigi Abete, Aurelio De Laurentis e Diego Della Valle. «Ha fatto due conti, evidentemente – polemizza l’ex sindaco, dal 1997 al 1998, Enrico Melasecche –. Han trovato molto più comodo  andarsene e lasciare la patata bollente in mano ad altri. Agli amici, anche, che in qualche modo diciamo, in consonanza politica, si sono assunti la responsabilità di farlo andar via, lasciando poi la città in braghe di tela».

Stando alla ricostruzione di Report, dunque, Cinecittà Studios acquistano parte delle quote di Benigni e si fanno carico di 5 milioni di euro che il comico rischiava di rimetterci, iscritti a bilancio come debiti verso controllanti.

Tuttavia, dal 2005 in poi gli affari della “filiale” di Cinecittà a Terni continuano ad andar male: le riprese dei film interrotti, i locali addirittura abbandonati. E, (poco dulcis) in fundo: 200 persone hanno perso il posto di lavoro. E non sono mai riuscite nemmeno a parlare con Benigni, nonostante le richieste.

Ora Cinecittà – che comunque ha già debiti per 32 milioni di euro – sta per tornare in mani pubbliche (si dice per 20 milioni di euro). Questo significa che presto lo Stato dovrà gestire anche il maxi debito rappresentato dall’azienda di Benigni. Come se non avesse già sufficientemente sperperato denaro pubblico.

Come spiega alle telecamere di Report il sindaco di Terni, Leopoldo Di Girolamo, nell’ex fabbrica «ci sono soldi provenienti dall’Europa, ci sono soldi messi sia dallo Stato che dalla Regione, che dal Comune […] Complessivamente un po’ più di 10 milioni di euro».

«Molti di più – interviene di nuovo Melasecche – se consideriamo che nel parallelo centro multimediale ne abbiamo investiti altrettanti. Perché un polo e l’altro dovevano essere il fulcro dello sviluppo cinematografico di Terni». Tant’è che l’università di Perugia aprì a Terni una succursale del corso di laurea in Scienze della produzione artistica, che poi ha dovuto chiudere.

«Come ha fatto a non rimetterci neanche un euro nella vicenda dei teatri di posa di Terni?» chiede il giornalista di Report a Benigni. «Se ti racconto quanto ci ho rimesso…». Raccontacelo, siamo davvero curiosi di saperlo.

 

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