“L’ultima meta”: fuggire dal carcere grazie al rugby

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Lo sport può essere una chiave di riscatto per chi ha sbagliato. Questa è la storia della Dozza di Bologna, la squadra dei rugbisti del carcere che tornano a vivere.

«La prima meta» è un documentario di Enza Negroni che racconta le partite, sempre casalinghe perché i giocatori non possono uscire dal carcere, del Giallo Dozza, la squadra di rugby della Casa Circondariale di Bologna. Una squadra che ha un turn over obbligato. Iniziativa simile a quella del carcere di Frosinone.

C’è una linea sottile, ma assolutamente ben definita, tra il dentro e il fuori. Chi è fuori si sente sempre dentro ma chi è dentro è fuori, grazie al rugby. Nessuno può farne a meno.

Sono 40 detenuti di nazionalità diverse, con pene da 4 anni all’ergastolo, senza precedenti esperienze rugbistiche, a formare la squadra che è iscritta al campionato ufficiale F.I.R. di serie C2 sotto la guida di Max Zancuoghi. Qui non si può dire che si aprono i cancelli quando c’è la partita. Perché i cancelli si aprono certo, ma subito si chiudono. Il pubblico, quando c’è, deve fare domanda con settimane di anticipo, gli avversari devono essere controllati uno per uno. «Per entrare – dice il coach Zancuoghi – passi 11 cancelli. A ognuno lasci qualcosa. Ti rendi conto che fuori hai tutto, hai troppo. Ti passano per la mente i pensieri più strani e, uscendo, speri che i giovani che vedi non prendano quella strada».

«Nel brutto – spiega un giocatore che ancora è detenuto e che ha un permesso speciale per essere in un cinema a raccontare la sua storia– c’è qualcosa di bello. Io mi sono innamorato di questo sport che mi ha cambiato fisicamente e mentalmente».
Il rugby in carcere non è solo uno sport ma «un modo per dare le ali del cambiamento, un guardarsi indietro per guardare avanti» , spiega a Vanity Fair la direttrice del carcere bolognese Claudia Clementi.

La regista Enza Negroni e la sua troupe ci sono entrati “dentro”, sono entrati per raccontare questo piccolo miracolo. Il rumore del ferro ogni volta che un cancello si chiude dietro di te «la prima volta è disturbante, poi ci si abitua e si scopre che dentro c’è una vita. Nel film abbiamo lasciato spazio all’azione, agli allenamenti, alle partite, ma abbiamo conosciuto anche le storie dei detenuti. Ascoltarli fa capire quanto alcune cose possano capitare in un attimo». Lunga vita al cinema fatto come si deve.

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