Difesa, la riforma delle Forze Armate “creerà solo inefficienze”

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Il ministro della Difesa Roberta Pinotti

Nell’ambito della nostra inchiesta, iniziata a febbraio, sui risvolti che la riforma delle FFAA ad opera del ministro della Difesa Pinotti e del Generalissimo Graziano, riportiamo quanto scritto oggi da Salvatore Sfrecola su “La Verità”.

Sfrecola, già presidente di sezione della Corte dei conti, capo di gabinetto di Fini nel governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006 e di svariati altri ministeri e governi, commenta sul quotidiano di Belpietro il progetto del ministro della Difesa Roberta Pinotti di “promuovere” 13mila ufficiali e cosa questo comporterà nell’ambito della riforma dei gradi militari.”Non vogliamo soffermarci tanto sui costi – scrive – (quasi un miliardo per i primi tre anni, poi 400 milioni a regime), ma sugli effetti che la riforma avrà sull’apparato militare. E si intuisce immediatamente che così non può andare, se avremo più generali degli Stati Uniti che arruolano uomini e donne in misura molto maggiore dei nostri”.

“Non è una novità in Italia. Per dare ai dipendenti pubblici un migliore trattamento economico, giusta aspettativa specialmente dopo anni di blocco degli stipendi, si promuovono. Si è fatto sempre così per i civili e, di recente, anche per i militari. Così aumentano i dirigenti, ai quali si deve trovare una collocazione funzionale”. In che modo? “Dividendo precedenti uffici. Lo stesso è avvenuto per gli ufficiali assegnati a funzioni collegiali o di staff”.

Con quali conseguenze? “Disastrose per il buon funzionamento delle strutture interessate nelle quali i ruoli, le qualifiche e i gradi corrispondono a posizioni organizzative funzionali al perseguimento degli obiettivi istituzionali, in rapporto alla dislocazione sul territorio e alla consistenza delle unità, la sezione o la divisione, la compagnia, il reggimento, la brigata e via dicendo”.

“Per restare ai militari, per i quali i gradi rendono più evidente la loro corrispondenza all’articolazione della Forza Armata, è evidente che il numero degli ufficiali di un certo grado non può superare in modo significativo il numero delle strutture cui quel grado si riferisce. Se, ad esempio, a una Compagnia è ordinariamente preposto un capitano – spiega Sfrecola – non vi possono essere più ufficiali di quel grado di quante siano le compagnie. Così, per i reggimenti, le brigate e via discorrendo”.

“È evidente la necessità di ufficiali con incarichi di coordinamento e di staff, aiutanti maggiori o di bandiera e via discorrendo. Ma devono essere previsti i numeri di queste posizioni”. Cosa significa tutto questo in concreto? Che “la questione è gravissima sotto un profilo funzionale. Un’amministrazione di dirigenti non funziona, come non funziona un esercito di generali”.

Quale soluzione? Per Sfrecola è “semplicissima”: “il decorso del tempo esige necessariamente l’aumento del trattamento economico per soddisfare evidenti esigenze delle persone e delle loro famiglie. Si riconoscano quei miglioramenti, ma permanga la qualifica o il grado se non si giustifica, dal punto di vista dell’efficienza della struttura, l’aumento del numero delle qualifiche o dei gradi”.

Questa esigenza è trascurata dagli interessati, i quali si sentono soddisfatti dal rivestire una qualifica o un grado superiore, per nulla preoccupati che questi non corrispondano alle effettive funzioni di un tempo”.

L’effetto? “Politico, prima di tutto. Il “divide et impera”, che per gli antichi romani assicurava il potere ai capi della Repubblica e dell’Impero, oggi garantisce alla classe politica la prevalenza sulla burocrazia civile e militare attraverso la parcellizzazione degli  incarichi che diventano espressione di un ruolo sempre meno rilevante a fronte dell’autorità del governo”.

In questo modo i funzionari, civili e militari, prendono soldi ma perdono potere. Che non è attribuito nell’interesse della persona, ma del buon funzionamento dell’apparato. Loro non se ne danno carico, soddisfatti che la qualifica o il grado dia lustro al biglietto da visita e niente più″.

Un esempio eloquente: “Alcuni anni fa, nel 2001, fu istituito presso la presidenza del Consiglio il dipartimento nazionale per le politiche antidroga, affidato al prefetto – Pietro Soggiu – una straordinaria personalità, già Generale di divisione della Gdf, con compiti di prevenzione ad ampio raggio, dalla famiglia alla scuola. Si ritenne necessario far confluire in quella struttura la direzione centrale del Ministero del lavoro che si occupava di tossicodipendenze e di famiglia. Stupì molto, quando si predispose il provvedimento, che fosse composta da 11 persone, oltre al dirigente generale. La denominazione di quella direzione era consegnata in un numero di parole nettamente superiore a quello degli addetti. Evidentemente istituita per creare un posto dirigenziale […]”

“Per concludere a proposito della carriera a sviluppo dirigenziale che il governo si appresta a varare, qualcuno dirà che è così anche per i magistrati. Con una differenza di non poco rilievo. I giudici in un collegio fanno tutti lo stesso lavoro, qualunque sia l’anzianità. Non è così per i funzionari civili e militari. Perché un capitano comanda una compagnia e un colonnello un reggimento. E trasformare una sezione in una direzione centrale è inevitabilmente l’inizio dello sfascio. E i quadri, la fascia intermedia, quella che un tempo di chiamava carriera direttiva? Nessuno ne parla. Non interessa ai sindacati e al potere politico. Ma sono la struttura portante dell’Amministrazione”.

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