I politici italiani e l’analfabetismo funzionale

In Italia fino agli anni ’60 coloro che non sapevano leggere e scrivere erano circa il 10% dell’intera popolazione, con picchi che superavano il 20% in alcune regioni del sud. Famosa e storica era la mitica trasmissione “Non è mai troppo tardi”, andata in onda sull’unica rete Rai dal 1960 al 1968, in cui il maestro Manzi insegnò a leggere e a scrivere a milioni di uomini e donne adulti che non avevano potuto frequentare le scuole.

Oggi, fortunatamente, la situazione è cambiata anche se l’Ocse, avendo analizzato un campione di cittadini di varie nazioni dai 16 ai 65 anni, ha dovuto riscontrare che l’Italia è in testa alla classifica dei paesi nel mondo dove esiste “l’analfabetismo funzionale” ovvero l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana. Questo dato fa il palio con l’ultima rilevazione Istat che ci dice che il 18,6% degli italiani, un cittadino su cinque, nel 2016 (anno dell’ultima rilevazione) non ha mai letto un libro o un giornale, non ha mai assistito ad uno spettacolo teatrale o ascoltato un concerto (nemmeno in televisione). In pratica ha solo guardato la televisione dei talk-show e delle fiction che è stata, per queste persone, l’unico strumento fondamentale d’ informazione. Vi è, inoltre, una ricerca che dice che il 70% degli italiani “legge, guarda, ascolta ma non capisce” quindi la percentuale di analfabeti funzionali sale a quasi tre quarti della popolazione.

Le responsabilità di questo tipo di analfabetismo è sicuramente da attribuirsi ai mezzi televisivi che, nella spasmodica corsa a chi raccoglie più audience, non curano più la qualità di ciò che passa dai teleschermi fornendo servizi di scarso valore culturale con le ovvie eccezioni che comunque si contano sulla punta delle dita di una mano. Altro responsabile di questo disastro culturale è il legislatore che invece di stare in parlamento, per produrre leggi adeguate per elevare culturalmente i cittadini, svolazza di rete in rete in un perenne e lunghissimo talk che inizia la mattina presto sia sulla rai che sulle reti commerciali e finisce a notte inoltrata con lo storico “porta a porta” del sempre evergreen Bruno Vespa. Politici che parlano di tutto e che spiegano niente e quindi per la proprietà transitiva trasmettono all’ ingenuo spettatore tante parole e niente contenuti. Politici che, anche dal punto di vista della costruzione grammaticale delle frasi, lasciano a desiderare e che ovviamente rappresentano lo specchio di questo italiano considerato “analfabeta funzionale”.

Molteplici sono gli strafalcioni detti dai politici, che passano sui nostri schermi, e su cui gli interessati riescono anche a ridere, non pensando che loro per storpiare l’italiano guadagnano 15 mila euro al mese mentre un povero insegnante di italiano in una scuola pubblica supera di poco i mille euro. Strafalcioni che vengono detti in diretta o catturati da interviste o peggio ancora inseriti in discorsi fatti in parlamento nel pieno delle loro funzioni istituzionali. Ovviamente tra i 630 deputati e i 315 senatori non tutti sono così ma in televisione passano sempre e solo le stesse facce dei soliti noti (per carità di patria evitiamo di farne i nomi) e basta guardare i talk più visti (Agorà, l’Aria che tira, Tagadà, Matrix, Quarto grado, Otto e mezzo o Porta a porta) per verificare che tra i 945, tra deputati e senatori, saranno solo una ventina coloro che fanno sempre la spola tra una rete e l’altra come se non avessero altro da fare.

Una volta la televisione era solo quella di stato e i politici se volevano apparire avevano un loro spazio contingentato e democraticamente assegnato dalle famose tribune politiche che, specialmente in periodi pre-elettorali, davano la possibilità ai segretari dei partiti di far conoscere al pubblico, in modo serio e concreto, le varie posizioni che quel partito avrebbe assunto in merito alle vicende che interessavano la collettività. Erano i tempi, appunto, di una sola emittente, la Rai, che era (ed è ancora) gestita dai partiti di governo del centrosinistra che si spartivano le due reti fino a che nel 1979 arrivò anche la terza rete Rai che fu “occupata” dalla sinistra del Pci cercando di camuffarsi in rete prevalentemente culturale. Tempi lontani e alla maggioranza dei giovani di oggi sconosciuti, tempi in cui, però, la politica era una cosa seria e vedere le tribune politiche dirette da Jader Jacobelli e condotte da giornalisti del calibro di Giorgio Vecchietti, Ugo Zatterin, Luca Di Schiena o Villy de Luca che moderavano i dibattiti dei vari Almirante, Berlinguer, Fanfani, Andreotti, Nenni e tanti altri uomini politici, era un momento di crescita e di approfondimento politico per tutti coloro che non leggevano i giornali a causa dell’analfabetismo. Gli analfabeti di allora avevano, però, dei politici altamente alfabetizzati e culturalmente preparati. Oggi che l’analfabetismo strutturale è stato sconfitto dobbiamo subire quello di tipo “funzionale” che, forse, è ancor più pericoloso di quello strutturale.

Come non mai è d’attualità la poesia che Bertolt Brecht dedicò ai politici dal titolo l’analfabeta politico: “Il peggiore analfabeta è l’analfabeta politico. Egli non sente, non parla, né s’importa degli avvenimenti politici. Egli non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina, dell’affitto, delle scarpe, e delle medicine dipendono dalle decisioni politiche. L’analfabeta politico è così somaro che si vanta e si gonfia il petto dicendo che odia la politica. Non sa l’imbecille che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il bambino abbandonato, l’assaltante, il peggiore di tutti i banditi, che è il politico imbroglione, il mafioso corrotto, il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali”.

Cosa fare? Difficile è rispondere se le televisioni continueranno ad ospitare questi “politici analfabeti” che Brecht definisce somari se non, forse, rimpiangere l’imperatore Caligola che, per rispondere a questo quesito, nominò senatore il suo somaro. Ma quelli erano altri tempi. Oggi, certi analfabeti, ce li mandiamo noi, democraticamente, in parlamento.

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