“Serve un nuovo modello sindacale” parla Roberto Di Maulo segretario Fismic

Mentre è in corso, a Montesilvano, il congresso nazionale della Fismic, sindacato che raggruppa 44 mila lavoratori del settore metalmeccanico e che, per la prima volta nella storia del sindacalismo italiano, ha eletto il suo segretario tramite le primarie che hanno visto oltre 30 mila associati, su 35 mila votanti (veri) scegliere Roberto Di Maulo, abbiamo voluto fare alcune domande al segretario Di Maulo per comprendere meglio la strategia della Fismic e capire se ci sono le possibilità di recuperare la fiducia persa dai lavoratori verso “il Sindacato” e per riconquistare un potere contrattuale che nei decenni si è perso e ha ridotto i diritti e i salari.

Qual è lo stato di salute della Fismic?
“Dopo avere attraversato l’intero Paese per svolgere 40 Congressi Territoriali da Catania fino ad Aosta e avere incontrato migliaia di delegati entusiasti e pieni di voglia di partecipare non si può che dire che la FISMIC CONFSAL stia attraversando un momento positivo che dura da alcuni anni. Infatti abbiamo prima superato la dimensione mono aziendale del Sindacato tutta imperniata all’interno della FIAT, per affrontare la dimensione nazionale e quella dell’espansione sul territorio per erogare servizi al cittadino. Oggi siamo presenti in circa 50 provincie del Paese, abbiamo aperto nelle nostre sedi oltre 100 sedi CAF e 30 di Patronato, abbiamo una scuola di formazione professionale ed eroghiamo formazione professionale per la sicurezza sul lavoro. L’adesione alla CONFSAL, il quarto sindacato confederale del Paese, ci assicura inoltre la possibilità di interagire con il resto del mondo del lavoro, dal commercio al pubblico impiego”.

Come si spiega questo aumento di consensi nonostante ci sia una sfiducia nei confronti del sindacato?
“L’aumento di consensi a mio avviso è condensato nello slogan del nostro XVI° Congresso in corso di svolgimento a Montesilvano, ovvero “Dal sindacato dei sindacalisti al sindacato dei lavoratori”. Significa che mentre il sindacato confederale classico si è avvicinato ai palazzi del potere, perdendo costantemente contatto con la realtà e con la base, il nostro Sindacato invece cerca di rappresentare in modo autonomo e genuino gli interessi delle persone, senza cappelli ideologici o filtri deformanti in cui prevale sempre la logica degli interessi di bottega”.

L’elezione diretta del segretario della federazione è una metodologia esportabile?
“L’elezione di tutte le figure apicali del nostro sindacato, a partire dalla mia per arrivare a tutti i responsabili territoriali, è avvenuta in modo diretta attraverso il voto di tutti gli iscritti e rappresenta un capitolo fondamentale del nostro metodo di lavoro e anche del successo crescente che riscuotiamo: mettersi in gioco costantemente, assumendo la responsabilità e non nascondendoci dietro fumisterie politiche. Le primarie sono un metodo democratico e trasparente che crea energie positive, avvicinando il gruppo dirigente alla base. Anche le altre Organizzazioni Sindacali dovrebbero provare ad affrontare la sfida delle elezioni primarie, superando i vetusti riti della cooptazione eterna dei gruppi dirigenti attraverso procedure opache di congressi i cui esiti vengono prestabiliti a tavolino, con giochi di potere e spartizione di gruppi dirigenti sempre uguali a loro stessi. Dovrebbero avere questo coraggio, ma sono certo che non lo faranno mai”.

Perché il sindacato confederale è in crisi?
“La crisi del sindacato confederale classico nasce proprio dall’effetto disgregante dei ceti sociali prodotto dalla globalizzazione e dalla crisi, che impone risposte rapide ed efficaci e toglie il potere di veto classico del secolo scorso che ha perso, per fortuna, la sua forza oppositiva in un’economia globale. Inoltre, come già detto, la troppa vicinanza con la politica e con i palazzi del Potere offusca la credibilità di leadership del sindacato nei confronti di coloro che dovrebbe rappresentare, basti vedere cosa è successo recentemente in Alitalia. Inoltre è in profonda crisi, in anni di bassa inflazione, il modello contrattuale dominante fondato sul contratto nazionale che toglie spazio alla contrattazione aziendale, unico luogo in cui le relazioni sindacali potrebbero dare un significativo supporto sia alla ristagnante produttività che alla tutela reale dei posti di lavoro. Una flessibilità garantita dai contratti aziendali darebbe ai lavoratori dei risultati economici maggiori quando l’azienda va bene e difenderebbe meglio il lavoro quando l’azienda va male. Il contratto nazionale dovrebbe occuparsi invece esclusivamente dei diritti fondamentali e lasciare tutto il resto alla negoziazione aziendale. Anche per questa via passa la crisi del sindacalismo confederale classico”.

La Fismic è un sindacato corporativo?
“Si può affermare – sostiene Di Maulo – che ogni sindacato deve avere una base di sano corporativismo, in quanto per definizione, il suo primo compito è quello di tutelare i propri iscritti e questo vale anche per i sindacati confederali classici. Il rischio di rimanere confinati dentro una logica esclusivamente corporativa può essere evitato se ogni sindacato ha come base una visione di insieme della società, della tutela solidaristica dei più deboli e agisce in un contesto sociale ed economico del quale bisogna sempre tenere conto per la propria azione. In un certo senso il sindacato confederale classico è molto più corporativo di noi, in quanto caratterizza la propria azione per la tutela dei diritti di coloro che forse ne hanno già troppi e dimentica gli ultimi della società, abbandonandoli troppo spesso a loro stessi”.

Perché l’accordo di Pomigliano del 2010, non firmato dalla Cgil, è tanto importante per lo sviluppo delle relazioni sindacali?
“Con una battuta potrei dire che è importante proprio perché non l’ha firmato la CGIL. In realtà perché disegna una strada nuova e spesso rivoluzionaria nello stagnante panorama delle relazioni sindacali, al punto che per poterlo mettere in pratica la FIAT è dovuta uscire da Confindustria e la CGIL vi si è opposta con ferocia inaudita. Grazie all’accordo di Pomigliano siamo stati in grado di difendere l’occupazione, di salvare centinaia di migliaia di posti di lavoro e un settore manifatturiero fondamentale per il nostro Paese. Per farlo abbiamo messo in campo delle soluzioni semplici e razionali, fondate sulla certezza ed esigibilità che quello che si firma poi il giorno dopo viene effettivamente rispettato dalle parti che l’hanno sottoscritto. Si è superato in quell’accordo quindi il classico gattopardismo all’italiana e dato all’azienda certezza di condizioni lavorative in cambio di altrettante certezze su investimenti e occupazione. Cose che sono naturali in tutti i Paesi dell’occidente ma che qui in Italia tardano troppo ad allignare per resistenze messe in campo soprattutto dai residui di un sindacalismo estremista, basato ancora su logiche ampiamente superate”.

Come affrontare la globalizzazione e la robotizzazione delle fabbriche?
“Globalizzazione, robotizzazione, miglioramento continuo nella produzione e nell’erogazione dei servizi sono dei fattori ineluttabili con cui misurarsi giorno per giorno e non è nascondendo la testa sotto la sabbia che risolveremo il problema. La questione centrale della società moderna non è Uber contro i taxisti, ma è Tesla, Google e altri che già hanno progettato macchine senza conducente. Il problema della distribuzione non è l’apertura domenicale o notturna dei grandi esercizi, ma Amazon che sta costruendo alle porte di Roma un centro totalmente automatizzato in grado di fornire la spesa alimentare, e non solo alimentare, al cliente in poche ore direttamente a casa. Se continuiamo ad attardarci in polemiche tardo novecentesche scopriremo alla fine che non saremo più in grado di portare avanti, dal punto di vista generale, una società afflitta anche da un calo demografico di proporzioni bibliche. La possibilità di adattamento al nuovo non può essere data da misure sporadiche o una tantum, o peggio ancora dal reddito di cittadinanza che non si capisce attraverso quali risorse possa essere alimentato e che crea un ritorno all’assistenzialismo che è deplorevole e negativo. Bisogna pensare ad una politica economica diversa, che favorisca la natalità anche attraverso un diverso welfare state, un rapporto diverso tra tempo di lavoro e tempo di vita, una formazione professionale continua che inizi dalla scuola e accompagni per tutta la vita le persone che devono essere continuamente aggiornate per rimanere valide sul mercato del lavoro. Spazi e regole diverse per la green e la sharing economy, ma anche per un artigianato di qualità, un’agricoltura magari di nicchia ma in grado di rilanciare il made in Italy nel mondo, un turismo di qualità aperto dodici mesi l’anno e un’industria manifatturiera in grado di arrivare al traguardo dell’Industry 4.0, non da fanalino di coda dell’economia globale”.

La Fismic, all’inizio, era considerato un sindacato giallo. Qual è in effetti il vostro rapporto con i datori di lavoro?
“In realtà la Fismic neanche nelle origini può considerarsi un sindacato giallo, a meno che per ragioni puramente cromatiche e sportive, si voglia contrapporre il giallo al rosso, colore prevalente negli anni ‘70 dello scorso secolo. E’ sempre stato invece un Sindacato attento alle esigenze dei lavoratori, ed ai loro diritti, ma avendo sempre nel proprio Dna, di allora come in quello di adesso, la consapevolezza che i diritti devono essere compensati dai doveri e che non può esistere il bene del lavoratore senza il bene dell’azienda. Concetti semplici, ma in un mondo che era ed è dominato dall’odio di classe, dall’invidia nei confronti di chi ha successo, sono sempre stati considerati reietti e non degni di appartenere alla tradizione sindacale italiana. Che invece da Bruno Buozzi a Di Vittorio, fini ad arrivare ai Lama, Macario, Benvenuto è sempre invece stata la logica con cui il sindacalismo italiano ha realmente operato”.

Perché non partecipate alla gestione dei fondi interprofessionali?
“I fondi interprofessionali, a nostro avviso, ed anche ad avviso dell’Autorità Anticorruzione, sono dei luoghi opachi che gestiscono in forma privatistica dei fondi pubblici, che dovrebbero essere destinati alla formazione professionale, colonna fondante per i lavoratori della possibilità di essere al passo con i tempi e che invece lasciano alle cosiddette attività di gestione una magna pars delle risorse. Secondo me sono dei luoghi più destinati a retribuire i formatori che a formare coloro che ne hanno bisogno. Per questo motivo la Fismic ha sempre criticato nelle sue posizioni pubbliche i Fondi Interprofessionali”.

Perché ce l’avete con il populismo?
“Populismo, fake news, urla, odio, votare con la pancia e non con la testa, assemblee in cui prevalgono i prevaricatori, non tenere conto dei dati obbiettivi, pensare di tornare a economie di piccola scala in un mondo globalizzato, ecc. Tutto questo è esattamente contrario allo stile Fismic, sia per le sue radici storiche che affondano nel mondo del solidarismo cristiano, che per la sua attività quotidiana, fatta di una convinzione profonda che dice che è meglio dire sempre la verità, anche se questa a volte è sgradevole piuttosto che una bugia edulcorata politicamente. Abbiamo anche ragioni puramente economiche che ci fanno pensare che il ‘sovranismo’ non è la strada da seguire per uscire dalla crisi. Basti pensare al nostro debito pubblico emesso totalmente in euro e alle conseguenze disastrose che avrebbe l’uscita dalla moneta unica in termini di svalutazione, inflazione congiunta alla recessione e conseguenze apocalittiche sul bilancio delle famiglie, a partire dai mutui immobiliari e dal deprezzamento dei depositi bancari”.

Quale è il futuro del sindacato in generale?
“Nelle recenti festività pasquali la Direzione della Circumvesuviana aveva chiesto ai Sindacati di lavorare nei giorni di Pasqua e Pasquetta per fare fronte, in maniera efficace, all’enorme richiesta di turismo archeologico in maniera efficace anche in quei giorni. Dopo lunghe ed inutili trattative, la Direzione ha pensato bene di scavalcare il rapporto negoziale con il Sindacato e rivolgersi direttamente ai singoli lavoratori. Il risultato è stato che la Circumvesuviana in quei giorni festivi ha lavorato normalmente. Il futuro del sindacalismo classico rischia di somigliare tantissimo a quello che è successo alla Circumvesuviana a Pasqua, oppure ad Almaviva di Roma, oppure in Alitalia, se non ci si rende conto che il sistema di relazioni sindacali non può essere un altro dei mille freni che ha oggi l’economia italiana – già gravata dai troppi pesi aggiuntivi come quello della burocrazia, della corruzione, della malavita organizzata, dalla tassazione troppo alta del fattore lavoro. Il Sindacato deve essere invece un fattore che contribuisce, in modo significativo, allo sviluppo dell’economia e dell’occupazione. Per farlo deve cambiare totalmente l’approccio attuale, altrimenti soccomberà sotto il peso del nuovo che avanza e sarà uno dei primi corpi sociali ad essere ‘disintermediato’, per usare un orribile neologismo che purtroppo va troppo di moda negli ultimi anni”.

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Un Commento

  1. Franci said:

    Il Problema che oggi in Italia ci sono troppi sindacati cioè sigle sindacali , è questo non ha portato a miglior tutele e diritti ai lavoratori , ne miglior condizioni il futuro dovrebbe secondo il mio modesto parere una semplificazione dei sindacati con la fusione dei confrderali da 3 a 1 mi riferisco a CGIL CISL UIL e perche no Ugl in un secondo momento per arrivare poi ad avere un sindacato, in primo luogo Europeo più forte ed equilibrato , in Italia ci dovrebbero essere 2 sindacati di tipo corporativo ,confederale ed uno di tipo per fare un esempio modello Cobas .

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