Welfare aziendale: la nuova frontiera della contrattazione sindacale

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Il problema delle relazioni industriali, quelle relazioni che permettono alle organizzazioni sindacali di dialogare con le associazioni datoriali o direttamente con le singole imprese, in Italia sta creando non pochi problemi alle grandi centrali sindacali e, in parte, anche ad alcune imprese.

I temi sono, il grado di rappresentanza delle singole sigle sindacali, le richieste “ideologiche” che stravolgono a volte la contrattazione, la sempre meno valenza di una ingombrante presenza delle confederazioni nella trattativa di settore o aziendale, l’arroccamento su organizzazioni del lavoro obsolete. Su questi argomenti molto spesso i lavoratori diventano ostaggio di sindacati che, nei fatti e nelle azioni, sono fuori dalla storia.

Temi questi che potrebbero essere, in buona parte, facilmente risolti se si attuasse l’articolo 39 della nostra costituzione che prevede il riconoscimento giuridico dei sindacati con tanto di certificazione pubblica degli associati e quindi del godimento di diritti acquisiti attraverso la contrattazione solo per i lavoratori associati all’organizzazione stipulante. Anche da parte dei datori di lavoro una certa insofferenza, soprattutto nei confronti di Confindustria, comincia a farsi sentire e l’uscita di FCA (ex Fiat) dall’associazione di rappresentanza dei datori di lavoro più grande del nostro paese è solo la punta dell’iceberg di uno scontento nei confronti di questa associazione datoriale.

Quando l’AD di Fiat, Sergio Marchionne, decise di far uscire, dal 2012, la Fiat da Confindustria, scrisse una lettera all’allora presidente Marcegaglia affermando che contestava la posizione presa da Confindustria e organizzazioni sindacali di non dare seguito da quanto previsto dall’articolo 8 del decreto 138/2011 (legge di stabilità) che garantiva una flessibilità alle relazioni industriali dando forza alle trattative aziendali a scapito del vecchio contratto collettivo nazionale di lavoro.

La presa di posizione di Marchionne era la logica conseguenza del famoso accordo di Pomigliano grazie al quale in Italia si continuano a produrre automobili e che ha consentito il rafforzamento degli stabilimenti di Pomigliano e Melfi grazie all’investimento di 700 milioni di euro che sono stati una promessa mantenuta dalla Fiat in cambio di una flessibilità che ha salvato migliaia di posti di lavoro. Insomma se Pomigliano è stato il primo esperimento di un nuovo modello di relazioni industriali che, pur non abolendo la contrattazione collettiva, dava più spazio ad una contrattazione aziendale legata soprattutto al recupero di una produttività che all’epoca gli stabilimenti Fiat avevano perduto.

Nonostante l’opposizione della Fiom i lavoratori, chiamati ad esprimersi in uno storico referendum, approvarono l’accordo e salvarono il posto di lavoro. Da allora, anche se con difficoltà notevoli, la contrattazione aziendale si è andata sempre più affermando come modello in parte sostitutivo del contratto collettivo. Nelle imprese dove si porta avanti il discorso di una logica aziendale e dove gli imprenditori mantengono le promesse di investimenti fatte in sede negoziale non solo si sono salvaguardati i livelli occupazionali ma i posti di lavoro si sono incrementati con l’arrivo di giovani e con l’utilizzo di forme di flessibilità che vanno dal part time con contributi pagati come se fosse tempo pieno, con turnazioni diverse che permettono all’impresa di sfruttare al massimo i macchinari con l’attivazione di un welfare aziendale che è a completo carico del datore di lavoro e di cui godono i dipendenti e i loro familiari.

Dai buoni scuola per i figli dei dipendenti alle borse di studio, dalle colonie estive alle convenzioni con catene commerciali per l’acquisto di materiali di vario genere godendo di sconti notevoli. Anche sotto il profilo della sanità vi sono eccellenze che prevedono polizze della salute di cui possono godere i dipendenti e i loro familiari, stessa cosa in campo assicurativo con premi, in caso di morte del dipendente anche fuori dell’orario di lavoro, fino a 70 mila euro.

Insomma il cosiddetto welfare aziendale sta sostituendo buona parte dei contratti collettivi e la novità è che questi accordi si firmano tra le parti senza nemmeno un’ora di sciopero. Una delle eccellenze italiane è rappresentata dalla Luxottica dove si è ottenuto, senza scioperi, l’allargamento dei turni di lavoro con inizio del turno alle cinque del mattino e dove i dipendenti, grazie a quell’accordo, godono di garanzie sociali che lo stato ormai non è più in grado di garantire.

Ovviamente in Confindustria non è mai stato visto di buon occhio il Cavaliere del lavoro Leonardo Del Vecchio che, già in anni passati, quando iniziavano gli scioperi per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, per garantire il funzionamento degli impianti, anticipava direttamente gran parte delle richieste sindacali ai propri dipendenti. Oggi in Luxottica vige un sistema di welfare aziendale che dovrebbe essere copiato da altri imprenditori ma che viene applicato solo da pochi illuminati.

Anche le confederazioni sindacali non riescono ad uscire da una logica confederale per entrare in una logica di nuove relazioni industriali in un mondo che ormai vede sempre più vicini gli interessi dei lavoratori con quelli degli imprenditori.

Insomma il sistema del welfare aziendale rappresenta una “partecipazione” in fase embrionale così come la prescrive la costituzione italiana all’articolo 46 ma che non è mai stata declinata né dalla politica, né dal sindacato, che ha paura di cedere posizioni di privilegio, e nemmeno da parte di industriali che pensano che l’impresa debba guardare solo al profitto senza capire che la soddisfazione di chi lavora all’interno di un ciclo produttivo crea più ricchezza per tutti. Una rivoluzione che si sta piano piano affermando ma che ha bisogno di una spinta politica che, attuando gli articoli 39,40 e 46 della costituzione, crei i presupposti per far riprendere all’Italia un posto che ancora può ambire di occupare in un sistema globalizzato ma fortemente caratterizzato dal mantenimento di uno stato sociale che, in passato, è stato preso a modello da vari paesi in tutto il mondo.

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