Ricordare Almerigo Grilz: 30 anni fa moriva l’inviato di guerra (dimenticato)

almerigo grilz

Il 19 maggio 1987, in Mozambico, trovava la morte Almerigo Grilz, primo giornalista italiano caduto in battaglia dopo la seconda guerra mondiale.

Per trent’anni, purtroppo, la storia di Almerigo Grilz – volutamente o meno – è stata messa da parte e dimenticata. Solo negli ultimi tempi si sono svolte una serie di iniziative per rendere il giusto omaggio ad un inviato che ha fatto della sua professione una vera e propria missione, raccontando conflitti bellici in zone del mondo ancora poco conosciute. Grilz, infatti, venne ucciso da un proiettile vagante mentre filmava la battaglia tra l’esercito della Frelimo, già allora al potere a Maputo, e i guerriglieri della Renamo.

Tra gli eventi che ricorderanno il giornalista scomparso, ci sarà la proiezione de L’Albero di Almerigo, un reportage alla ricerca dei luoghi in cui è morto e riposa il giornalista triestino, voluto e realizzato da Gian Micalessin, suo amico e collega nonchè una delle voci più autorevoli in fatto di scenari di guerra, vivendoli in prima linea. Il filmato verrà presentato all’interno della mostra “Gli occhi della guerra” che sarà inaugurata oggi, alle 18.30, a Trieste presso il Museo Henriquez.

A denunciare il colpevole oblio che fece dimenticare l’importante figura di Almerigo Grilz è stato proprio Micalessin: ricordando il suo amico, l’anno scorso ha offerto una serie di amare considerazioni. La prima riguarda l’area politica e culturale da cui proveniva Almerigo Grilz e che – in maniera imperdonabile – gli ha voltato le spalle. “Gianfranco Fini – ha scritto Micalessin – che da giovane segretario nazionale del Fronte della Gioventù in trasferta a Trieste dormiva regolarmente nella cameretta di Almerigo si è ben guardato, anche quand’era presidente della Camera, dall’organizzare un convegno o un pubblico ricordo per quello che nella cerchia di partito continuava a definire un ‘amico’”.

La seconda osservazione riguarda invece il mondo del giornalismo: ancora oggi, infatti, nelle scuole di giornalismo non si pronuncia il nome di chi ha avuto il coraggio di raccontare guerre dimenticate sul finire degli anni Ottanta. “Ordine dei Giornalisti e Associazione della Stampa di Trieste, due organi a cui era regolarmente iscritto – era stata l’accusa di Micalessin – continuano a considerare una sorta di sfregio la richiesta d’accogliere una lapide con il suo nome accanto a quelle dedicate all’inviato Rai Marco Luchetta e agli operatori Alessandro OTa, Dario D’Angelo e Miran Hrovatin morti tra Bosnia e Somalia”. Tutto questo perché – secondo Micalessin – Almerigo Grilz non ha mai rinnegato il proprio passato che lo ha visto segretario del Fronte della Gioventù di Trieste. fino a ricoprire incarichi nazionali nell’allora Movimento Sociale Italiano.

Per fortuna, però, c’è chi ha deciso di fare luce su una storia appassionante come quella del giornalista triestino: è il caso della casa editrice Ferrogallico che ha dedicato alla sua vita avventurosa, passata da un fronte di guerra all’altro (dall’invasione israeliana del Libano nel 1982 alla Cambogia nel 1984, dalla guerra etnica in Birmania al conflitto tra Iran e Iraq nel 1985), un albo scritto da Guido Giraudo con la collaborazione degli inviati di guerra Fausto Biloslavo e, appunto, Gian Micalessin, amici di Almerigo e fondatori con lui nel 1983 dell’Albatross Press Agency.

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