Ecco i trucchetti che utilizzano gli “artisti” per guadagnare su Spotify

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Tra chi punta sulle cover di compleanno personalizzate a chi fa dischi da 50 canzoni: le visualizzazioni salgono alle stelle, e i guadagni pure

Nell’ultimo decennio, il nostro modo di ascoltare musica è notevolmente cambiato. Dalla “fruizione analogica” a quella “digitale” il passo è veramente breve. I grandi portali del web (eMule, Youtube e Spotify, soltanto per citarne alcuni), hanno mandato in pensione i vecchi giradischi e le storiche audiocassette. E adesso anche il glorioso iPod, che ha segnato lo spartiacque dell’era digitale, sembra ormai un pezzo d’antiquariato per collezionisti nostalgici. Nessuno ha più interesse a recarsi dal negoziante di fiducia a comprare l’ultimo disco dell’artista preferito. I tempi sono cambiati: nel 2017, la musica si ascolta solo in streaming.

E ovviamente, anche le case discografiche si sono dovute adattare. Con i dischi si guadagna davvero poco. Dal 2010, la voce grossa la fanno gli “ascolti” e le “visualizzazioni“. Ma c’è di peggio: la migrazione dalla musica “analogica” a quella “digitale” ha permesso ad artisti senz’arte ne parte di fatturare migliaia di euro con delle riprovevoli truffe. Un recente articolo di Vulture, ha elencato i diversi stratagemmi che questi finti cantanti utilizzano per guadagnare su Spotify. Non è richiesta nessuna dote particolare, ma solo un po’ di furbizia.

Uno dei business più redditizi è senz’altro quello delle canzoni di compleanno. C’è un gruppo – gli illustri Birthday Crew – che ha prodotto decine e decine di canzoni praticamente identiche. Si differenziano soltanto per il destinatario, che varia a seconda del nome del festeggiato. E siccome ogni giorno migliaia di persone compiono gli anni (e ciascuna ha un nome diverso), i Birthday Crew hanno caricato su Spotify un numero infinito di canzoni, tutte perfettamente identiche. Il risultato? Una delle loro tracce, “Happy Birthday Matthew”, è stata riprodotta 400mila volte. Mica male, visto e considerato che tutte le melodie vengono registrate con uno stupido programma di editing musicale.

Poi c’è chi ripete venti volte una singola canzone nello stesso disco. “L’acclamatissimo” Sir Juan Mutant ha caricato su Spotify 65 dischi. Ogni album – ammesso che lo si possa definire tale – conta una cinquantina di canzoni, che molto spesso vengono ripetute diverse volte. In “Cash the System” la prima traccia (una triste schitarrata di tre minuti) è uguale alla decima, alla dodicesima e alla diciassettesima. In questo modo – come sottolineato da Vulture -, Mutant spera che la sua canzone finisca in qualche playlist, così da guadagnarci qualcosa. E i risultati sembrano dargli indiscutibilmente ragione.

E infine, non potevano mancare quei gruppi -o presunti tali- che rubano il nome ai colleghi più famosi. Ad esempio: i Tool non sono presenti su Spotify, ma al loro posto abbiamo “l’onore” di ascoltare i celebri pezzi degli S-TOOL, o le inimitabili tracce elettroniche di DJ Tool. Stesso discorso per King Crimson e Lucio Battisti. E intanto c’è chi ci guadagna. La celebre rockstar Bob Segar ha aperto il suo account soltanto qualche giorno fa. Prima, al suo posto, c’era un tale che si faceva chiamare Bobby Segar. La sua cover di “Turn the Page” (una delle tracce più famose del cantante americano) aveva ottenuto quasi un milione e mezzo di ascolti. Il tutto, per un bottino di circa 45mila euro. E pensare che c’è ancora gente che si alza alle sei del mattino per andare a lavorare..

 

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