Neymar al PSG: il trasferimento del secolo tra banche, multinazionali e Grandi Magazzini

L’ “affare Neymar” come scorciatoia per uscire dall’impasse geopolitica. Ecco gli interessi economici e le manovre geopolitiche dietro il trasferimento del secolo

Dimenticate le corse in motorino per arrivare in tempo allo stadio. Dimenticate gli abbracci con gli amici della domenica e i cori a squarciagola. Dimenticate le lacrime di vostro padre. Dimenticate le bugie alla vostra fidanzata per vedere la Champions il mercoledì sera. E dimenticate anche l’esultanza dei vostri beniamini che baciano la maglia dopo un gol al 90esimo. Oggi, quel calcio non esiste più.

L’ “affare Neymar”, ribattezzato dagli addetti ai lavori come “il trasferimento del secolo”, sta per trasformare il gioco più bello del mondo in un torbido strumento geopolitico. D’altronde, in quale altro modo potrebbe essere interpretato un investimento orchestrato dal fondo di uno Stato sovrano, nel tentativo di spezzare l’isolamento economico in cui è caduto negli ultimi mesi?

Dietro tutto questo, a coordinare le danze, c’è uno degli uomini più ricchi del mondo. Il suo nome è Nasser Al-Khelaifi, presidente del club parigino e proprietario della Qatar Investments Authority. Per aggirare le regole del Fair Play finanziario, il fondo d’investimenti ha studiato un piano diabolico. La strategia è la seguente: il Qatar Sports Investment ha ingaggiato Neymar come testimonial dei contestatissimi mondiali del Qatar in programma per il 2022. Il tutto, per la modica cifra di 300 milioni di euro. Successivamente, il calciatore ha girato due terzi di questi soldi (222 milioni più le imposte) al Barcellona. In parole povere, il talento brasiliano ha risolto la clausola rescissoria che lo legava ai Blaugrana.

Un investimento senza precedenti, ma che col calcio centra poco o nulla. L’ “affare Neymar” ha dato enorme visibilità alla famiglia al-Thani, i reali del ricchissimo Stato del Golfo Persico. Ma non è soltanto “un grande colpo di calciomercato”. Gli esperti vedono il matrimonio tra Neymar e il PSG come una delicatissima operazione di “soft power”. Una forte risposta al recentissimo isolamento forzato voluto da uno dei suoi più grandi rivali: l’Arabia Saudita.

Ma andiamo per gradi: gli attriti tra il club Blaugrana e lo stato del Qatar non sono certo cosa nuova. Le prime tensioni sono scoppiate la scorsa primavera. Non solo perché il Barca ha umiliato il PSG con un’incredibile remuntada, ma soprattutto perché il club Blaugrana ha interrotto in maniera piuttosto brusca le sue “relazioni diplomatiche” con Doha. E c’è un aggravante: il Qatar Sport Investments è stato il primo sponsor del Barcellona, che fino al 2010 ha sempre rifiutato di “brandizzare le proprie divise”. I marchi “Qatar Foundation” e “Qatar Airways” sono stati gli sponsor del club per le stagioni 2012-20132013-2014 e 2014-2015. Cifre da capogiro: 150 milioni di euro per un main sponsor di tre anni. Poi a dicembre il clamoroso dietrofront: i catalani decidono di interrompere le loro relazioni con il fondo a causa della presunta vicinanza della famiglia reale con il radicalismo islamico di Doha. Uno smacco che ha indispettito non poco il ricco emiro al-Thani.

Il 5 giugno, anche gli altri Stati del Golfo e l’Egitto hanno interrotto i rapporti con il Qatar, sempre per via del presunto rapporto con l’Islam radicale. Non solo. Un altro motivo di scontro è il mancato allineamento della famiglia al-Thani con le politiche degli al-Saud, in particolare per quanto riguarda le relazioni con l’Iran. Senza dimenticare l’ospitalità offerta ai membri dei Fratellli Musulmani in fuga dalla sanguinosa repressione di Abd al-Fattāḥ al-Sīsī in Egitto. Con l’ “affare Neymar”, il Qatar sembra voler lanciare ai suoi rivali un messaggio forte e chiaro: il Paese e la famiglia reale sono ancora in piedi, mettono a segno l’acquisto più oneroso della storia del football e si preparano ad ospitare i Mondiali 2022, mettendo in vetrina il loro “gioiello” da 600 milioni.

Ma in realtà, la “soft power strategy” messa in atto dalla famiglia reale coinvolge tutta l’Europa. Il fondo d’investimento che fa capo agli emiri di Doha detiene numerose quote (e partecipa ai consigli d’amministrazione) di banche, multinazionali, catene di hotel e compagnie aeree del Vecchio Continente. La Qatar Investment Authority, proprietaria del PSG tramite il Qatar Sports Investments, detiene quote di Barclays, London Stock Exchange e Credit Suisse. E’ proprietaria dei grandi magazzini Harrods e di quote in mutlinazionali come Airbus, Sainsbury’s e Volkswagen. Sempre attraverso la Qatar Investment Authority, l’emirato ha acquistato numerosi hotel di lusso italiani, come il Gallia di Milano e il Westin Excelsior di Roma. Senza poi dimenticare il recente acquisto acquisto della Smeralda Holding, proprietaria del noto Hotel Cala di Volpe. E questo soltanto per fare qualche esempio.

Ma nel Bel Paese, i soldi della famiglia reale arrivano anche attraverso le opere filantropiche. La Qatar Charity, (organizzazione formalmente “non governativa” ma molto legata ai membri della famiglia reale) sta finanziando la costruzione di 43 nuove moschee in Italia, per un esborso totale di 25 milioni di euro. Le varie moschee di Ravenna, Colle Val D’Elsa, Saronno e Centocelle sono soltanto l’inizio di una lunghissima serie.

Non è soltanto una questione di calcio.

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Un Commento

  1. Paolo said:

    Che disdetta! Ha vinto il PSG. Lotito ha tentato di inserirsi sino all’ultimo con un’offerta di 2.300.000 più 200.000 di bonus. Pagabili in tre anni.

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