Dopo la battaglia contro il prosecco, gli inglesi se la prendono con il pesto

pesto

Non bastavano le fantasiose accuse alla bevanda “made in Italy”, ora oltremanica puntano il dito anche contro alcune marche di pesto.

Due distini articoli del “Guardian” e del “Telegraph” sul pesto italiano hanno scatenato un vero putiferio, al quale si sono uniti anche il ministro Martina ed il governatore della Liguria Toti.

C’è da chiarire però subito una cosa: i pezzi giornalistici non rappresentavano un atto d’accusa contro la specialità ligure in sé per sé, ma solo una critica verso una nota marca che ha incrementato la quantità di sale nella ricetta del prodotto confezionato per essere venduto nella grande distribuzione.

La proverbiale cattiva conoscenza dell’inglese ed una pessima traduzione degli articoli hanno fatto il resto, con i politici nostrani che si sono sentiti in dovere di replicare alle pseudo-accuse con argomentazioni abbastanza ovvie. Gli inglesi, si sa, non sono proprio degli assi tra i fornelli. E vedere pubblicata una ricerca che denigra qualcosa di tipico della cucina italiani sui loro giornali onestamente fa sorridere.

Ma cosa diceva veramente lo studio elaborato dal Cash, il comitato scientifico indipendente che si occupa dei problemi di salute legati al consumo eccessivo di sale? Solamente che il 40% del pesto in barattolo di alcune marche ha un contenuto eccessivo di sale, superiore alla quantità consigliata di 1.38 grammi ogni 100 di prodotto. Quindi il 60%, cioè la maggior parte del pesto, è sana mentre la minoranza no. Punto.

Se consideriamo poi che il Cash è nato negli anni novanta per opporsi alle pressioni dell’industria alimentare sul governo conservatore, che non permettevano una corretta divulgazione scientifica sui rischi della cattiva alimentazione, capiamo come ci si sta scagliando contro chi vuole e pretende che il mangiare sia salutare e benefico.

D’altro canto, che la critica arrivi dal Paese del “cibo spazzatura” in cui i giovani ingurgitano alimenti di gran lunga più nocivi, fa un tantino sorridere. E di conseguenza sorge l’invito a preoccuparsi dei macroscopici problemi dell’alimentazione inglese, notevolmente più grandi della minuzia costituita dal pesto italiano.  

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