Bitcoin ed Ethereum: ecco i nuovi paradisi fiscali a portata di smarphone

bitcoin

Nel 2017, il riciclo di denaro sporco passa tramite smartphone: nessuno Stato regola i 119 miliardi di Bitcoin, figuriamoci le criptovalute minori

A settembre è entrato in vigore l’accordo fra governi che smantella quasi tutti i luoghi fisici del segreto bancario. Tutti i paradisi fiscali come Andorra, Anguilla, Antigua, Aruba, le Isole Vergini e le Cayman, Grenada, Guernsey e Jersey, l’Isola di Man, il Liechtenstein, le Mauritius, le Marshall Islands e Singapore, saranno obbligati a informare il fisco del Paese di residenza di ogni correntista. Non solo. Lo faranno in modo automatico e retroattivo, a partire dal 2016.

E’ la stretta voluta dai governi dell’Unione in materia tributaria. Nel 2017, il sistema internazionale non dispone quasi più di luoghi fisici dove nascondere i tesori segreti dei privati. Le belle spiagge dei paradisi tropicali e le grandi banche della Svizzera verde sono solo un vecchio ricordo. Appartengono al mondo del secolo scorso. Questi paesi hanno ceduto alle forti pressioni delle superpotenze, assetate di denaro dopo la grande crisi del 2008.

“Fatta la legge, trovato l’inganno”, recita un antichissimo (per quanto attuale) proverbio latino. Difatti, i paradisi fiscali non sono mica spariti nel nulla. Si sono semplicemente sposati. Da una banca vista mare a una semplice applicazione per telefonini. Dall’isoletta sperduta nell’angolo più remoto della terra al mondo inesplorato dell’economia virtuale. E non è un caso che la grande ascesa del Bitcoin coincida proprio con la morte del segreto bancario.

Ma procediamo per gradi: mentre il valore dell’Euro è controllato dalla Banca Centrale Europea, il Bitcoin, dal momento che non viene emesso ne regolato da nessuno Stato sovrano, è privo di sovranità monetaria. Questa moneta vive in un sistema decentralizzato chiamato Blockchain, che non consente nessun’intervento da parte di un ente esterno, nemmeno per svalutarlo. Ma allora, chi ne decide il valore? La risposta è molto semplice. Come per l’oro, il prezzo del Bitcoin dipende dalla quantità di domanda e di offerta presente sul mercato.

Da inizio anno, il valore di mercato dei Bitcoin in circolazione è passato da 13 a 119 miliardi. E spinta dal gran numero di richieste, il prezzo di una singola moneta è schizzato dai 705 ai 6.189 dollari di ieri sera. Ma da dove viene fuori tutta questa sete di Bitcoin? Larry Fink, capo del colosso degli investimenti BlackRock (5.700 miliardi di dollari in gestione), ha provato a dare la sua risposta: “il volume dei Bitcoin e delle altre criptovalute (da Ethereum a Ripple), mostra quanto riciclaggio di denaro sporco avviene nel mondo”.

A pensarci bene, la criptomoneta ha tutte le carte in regola per accaparrarsi l’eredità dei vecchi paradisi fiscali. Nonostante non sia emessa (ne garantita) da nessun governo centrale, questa funziona come una valuta. Si scambia su Blockchain, un registro anonimo e digitale, che garantisce l’anonimato di qualsiasi tipo di transazione. Tutto avviene tramite smartphone, schivando gli istituti bancari che segnalerebbero ogni movimento all’Agenzia delle Entrate. E non è necessario convertirli in dollari o euro. Al giorno d’oggi, molti beni e servizi possono essere acquistati con la criptovaluta. Overstock, una società quotata al Nasdaq che lavora come Amazon, vanta un vastissimo catalogo di prodotti acquistabili in Bitcoin. A Roma, nel quartiere San Lorenzo, il gruppo Barletta Immobiliare ha messo in vendita 123 appartamenti acquistabili con la criptovaluta. I Bitcoin vengono anche utilizzati nella piccola economia sommersa: spaccio di droga, transazioni per le ripetizioni scolastiche e vendita al dettaglio di e oggetti rubati. Insomma, la criptovaluta è la terra promessa di tutti coloro che sono alla disperata ricerca di un paradiso fiscale.

Il primo a capire le potenzialità di Blockchain per sottrarre risorse al fisco è stato Omri Marian, che ha studiato diritto tributario all’Università di California. Nel 2013, il pioniere di Blockchain scrisse un saggio dal titolo piuttosto eloquente: “Le criptovalute sono un super paradiso fiscale?”.

Semplici coincidenze? Forse. Fatto sta che il mese scorso a Milano, durante una riunione tra grandi investitori, qualcuno ha chiesto quanti di loro detenessero Bitcoin: un attimo di silenzio, poi un terzo della sala ha alzato la mano. E allora forse è vero quello che scriveva Agatha Christie: Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”.

 

Articoli correlati

3 Commenti

  1. Pingback: Novusphere

  2. Pingback: got sarp

  3. Pingback: oglan sarp

*

Top