Padova: valvole killer, dopo il danno ecco arrivare la beffa

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Non ci voleva credere, la moglie della prima vittima di questo caso di malasanità, quando gli è arrivato un conto-beffa da 100mila euro.

Una cartella esattoriale salatissima, questi sono gli sviluppi di una dolorosa vicenda iniziata nel 2002 e tramutatasi in beffa 15 anni dopo. Perchè il centro “Gallucci” dell’azienda ospedaliera di Padova, tramite l’Agenzia delle Entrate, dopo il terzo e definitivo grado di giudizio pretende ora di rientrare del risarcimento dovuto alla vedova per la morte del marito, a cui nel 2002 venne impiantata una valvola aortica difettosa.

“Non trovo parole per dire come mi sento — dice la signora Margherita Sambin, protagonista della triste vicenda — possibile che non ci sia nessun responsabile? Mi avevano dato 97 mila euro, e a mia figlia 74mila, adesso mi chiedono 100mila euro, i 3mila euro in più per le spese burocratiche, ma lo sanno che sono anni che pago gli avvocati? Mio marito faceva il tecnico Telecom, io vivo con una pensione da 1000 euro al mese, mi devo sentire in colpa per aver speso quei soldi per la casa?”

Le fa eco l’avvocato Bruno Bertolo, che da 16 anni segue la famiglia Benvegnù: “ci sono ancora delle pendenze in Appello per i risarcimenti ma l’azienda ospedaliera si è comportata come un bulldozer. Non ci arrendiamo, non può finire così. Sono disumani”.

L’ospedale, dal canto suo, si difende sostenendo che a fronte delle sentenze che sono intervenute sul caso, se non richiedesse i soldi indietro, rischierebbe pesanti sanzioni dalla Corte dei Conti. Ed in effetti, formalmente, ha ragione, in quanto dopo aver rimborsato in un primo momento la signora vittima di un eclatante episodio di malasanità, il secondo e terzo grado di giudizio capovolsero le sentenze, e ora l’Azienda ospedaliera rivuole quei soldi indietro.

Paricolare non trascurabile è il retroscena della faccenda, uno squallido episodio di mazzette sulla pelle di ignari pazienti. In breve si tratta della vicenda delle valvole killer, emersa proprio dopo la morte di Benvegnù, entrato al centro Gallucci di Padova con un problema al cuore. Benvegnù uscì con una valvola innestata dall’allora primario Dino Casarotto, e morì 11 giorni dopo l’intervento, il 23 febbraio 2002.

L’autopsia rilevò che le valvole erano difettose e le indagini successive dimostrarono che dietro a quella partita di dispositivi “Tri Tech” giunti dal Brasile non c’era solo un malfunzionamento, ma anche un giro di tangenti con cui il distributore italiano delle valvole Vittorio Sartori avrebbe «oliato» medici e primari per promuovere l’acquisto.

Ne scaturì un processo per omicidio colposo, lesioni e corruzione, finito in primo grado con pesanti condanne: Casarotto prese cinque anni e quattro mesi, l’Azienda ospedaliera dovette risarcire i pazienti. Ma in secondo grado e in Cassazione la sentenza venne ribaltata: la vicenda delle tangenti finì in prescrizione, e l’azienda ospedaliera fu sollevata da ogni responsabilità. Gli unici responsabili erano i produttori brasiliani delle valvole, che però nel frattempo erano spariti.

Facile capire che c’è modo e modo per rientrare di quelle somme. Trovare un accordo, rateizzare, scontare, sono alcune delle forme con cui rendere meno dolorosa la restituzione dei 100mila euro ed apparire meno indelicati.

“Sono distrutta”, dice Margherita, “dov’è la giustizia? Dov’è lo Stato? Mio marito ha pagato con la sua vita, ora un giudice stabilisce che non ci sono colpevoli, ma sono loro a non averli trovati, dove li trovo io quei soldi? Ho pagato il mutuo, vivo con la pensione”. 

Rimaniamo in attesa di un gesto di buona volontà da parte dell’Ospedale padovano, ma soprattutto si spera che lo stesso trattamento non venga riservato a tutte le altre vittime dello stesso episodio di malasanità.

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