Trovati altri fattori genetici che incombono dietro al rischio ictus

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Uno studio condotto su vasta scala individua precise cause genetiche del danno che incide ogni anno su milioni di persone nel mondo.

Un lavoro gigantesco ha partorito uno studio internazionale su campioni di Dna appartenenti a oltre mezzo milione di individui provenienti da tutto il mondo, ed ha avuto il merito di identificare 22 nuovi fattori di rischio di origine genetica per l’ictus.

Pubblicata su Nature Genetics, la ricerca ricorda che l’ictus è un danno cerebrale che purtroppo colpisce ogni anno circa 15 mln di persone nel mondo, causandone la morte di circa 6,7 mln. Si verifica quando l’ostruzione o la rottura di un’arteria interrompe l’afflusso di sangue al cervello ed ha molteplici cause, ma i geni sottostanti sono in gran parte sconosciuti.

In precedenza, meno di 10 fattori di rischio genetici erano stati identificati, mentre questo studio su larga scala fornisce nuove informazioni sulle possibili cause. Un consorzio di ricerca internazionale ha studiato 521.612 individui che vivono in tutto il mondo, di cui 67.162 che avevano avuto un ictus. Hanno così scoperto 22 nuovi loci genetici (ovvero posizioni di determinati geni sul Dna) collegati alla malattia, moltiplicando così per tre il numero di fattori di rischio genetici già noti e portando il totale a 32.

Sono state scoperte variazioni genetiche condivise con malattie vascolari, (alta pressione e tromboembolia) e altre non associate a condizioni di salute che predispongono alla malattia. “L’identificazione di regioni genetiche fortemente correlate all’ictus aumenterà i potenziali farmaci bersaglio”, commenta Sudha Seshadri, direttore fondatore del Glenn Biggs Institute per l’Alzheimer dell’University of Texas Health Science Center at San Antonio. “Comprendere questi nuovi fattori di rischio dovrebbe anche permetterci di trovare nuovi trattamenti per la demenza, che in molti casi può esser causata dall’ictus”.

I risultati possono infine rappresentare“un primo passo verso lo sviluppo di trattamenti più personalizzati”, dichiara convintamente la coautrice dello studio Christina Jern, docente all’Sahlgrenska Academy della Gothenburg University, in Svezia

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