Dall’Iraq al Sudan, è caccia ai cristiani

Cristiani

In 12 paesi islamici il reato di apostasia è punito con la pena di morte.

Le persecuzioni dei cristiani e la distruzione della moschea da parte dell’Isis hanno suscitato condanne anche nel mondo musulmano.

È una mappa da aggiornare continuamente quella dei cristiani perseguitati nel mondo.

Sotto l’accusa, o con la scusa, di apostasia sempre più fedeli di Cristo vengono condannati dai tribunali di alcuni stati musulmani.

La Commissione episcopale dell’Unione europea aveva parlato di 200 milioni di cristiani oppressi nel mondo. I paesi responsabili, per l’associazione Porte Aperte, sono 50. Secondo l’organizzazione Nessuno tocchi Caino, poi, l’imputazione di apostasia è punita con la pena di morte in 12 Paesi islamici: Arabia Saudita, Qatar, Afghanistan, Maldive, Mauritania, Sudan, Somalia, Emirati Arabi Uniti, Yemen, negli stati settentrionali della Nigeria, Malesia e Iran.

L’ultimo caso eclatante riguarda la storia di Meriam Yahia Ibrahim, 27 anni, arrivata a Roma qualche giorno fa. La lapidazione della ragazza, accusata in Sudan di esser rimasta di fede cristiana, è stata scongiurata all’ultimo momento attraverso la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, le campagne sui social network e, soprattutto, grazie all’intervento di varie autorità politiche, tra cui la stessa Santa Sede.

Secondo Papa Francesco, nel corso dell’incontro con la ragazza, Meriam è diventata il simbolo di “una bella testimonianza di fede e di costanza”. Ora, però, ci sono tante altre storie come quella di Meriam che rischiano di venire totalmente ignorate. Il rischio è che il numero dei cristiani perseguitati aumenti con il tempo. È quanto denuncia l’altra ong, Aiuto alla Chiesa che soffre, per la quale sono in crescita le zone dove avvengono tali oppressioni.

La mente, poi, corre alla città di Mosul, in Iraq. Artefice delle ultime violenze verso i fedeli di Cristo è l’Isis, l’ormai tristemente famoso acronimo che sta per Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Lì dove un tempo le tre religioni monoteiste convivevano armonicamente, le famiglie cristiane di Mosul sono state costrette a scegliere tra il convertirsi all’Islam o lasciare la città. Oppure morire. Nei giorni precedenti le loro abitazioni erano state contrassegnate con la lettera N (di Nazarat ovvero Nazareni) per sottrarle alla distribuzione di pane e acqua.

Lo scorso giugno la formazione jihadista presente anche in Siria, ha proclamato la nascita dello stato islamico, non riconosciuto a livello internazionale, con la restaurazione del califfato con a capo il comandante Abu Bakr al-Baghdadi.

Proprio sulla figura e sull’operato di al-Baghdadi si concentrano molti dubbi. Il capo dell’Isis è stato detenuto nel 2004 come “internato civile” nel Camp Bucca, la base Usa a Bassora. L’ultima azione eclatante compiuta dall’Isis è stata la distruzione della moschea di Nabi Yunis, dove è situata la tomba del profeta Giona. L’abbattimento è stato motivato dagli esponenti dell’Isis con la trasformazione del tempio islamico “in luogo di apostasia e non di preghiera”, dal momento che “era frequentato sia da musulmani che da cristiani”.

Secondo l’Agenzia Fides, sono molte le personalità religiose e istituzionali islamiche che condannano le azioni dell’Isis. “L’eliminazione di vite umane e distruzione di proprietà altrui non può essere considerato ‘jihad’ e il suo esito non può essere dichiarato come un califfato”, ha spiegato il maulana Asad Khan Falahi, capo imam di una moschea a New Delhi.

Al-Baghdadi venne liberato nel 2009, quando il generale statunitense David Patraeus concluse le operazioni in Iraq. Da allora la guida dell’Isis non solo è tornata in libertà, ma ha fatto perdere le proprie tracce, ha creato un califfato e si è messo a dare la caccia ai cristiani di Mosul. O a sgozzare quei pochi che sono rimasti.

Mentre la comunità internazionale osserva impotente. Cui prodest?

 

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