Cina: la superpotenza leader del mercato del tech

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Chiuse le importazioni dei rifiuti riciclabili, la Cina comincia a dettare l’agenda dell’economia occidentale.

Un terzo delle importazioni UE riguardanti il settore dell’high-tech viene dalla Cina. Parliamo di un settore consistente in attrezzature aerospaziali, apparecchiature elettroniche e telefonia, oltre che prodotti farmaceutici e strumenti scientifici. A rivelarlo è un’indagine Eurostat sulla produzione e il commercio internazionale dei prodotti di alta tecnologia nella quale si specifica che nell’ultimo anno i 28 paesi membri dell’Unione hanno speso 357 miliardi di euro per prodotti tecnologici di fattura estera, 121 miliardi sono stati investiti sul “made in China” del settore.

Questo marchio di provenienza è ormai il simbolo di un’economia fiorente che cerca non solo di primeggiare nell’economia mondiale ma di fagocitare letteralmente quelle di paesi e continenti. Non solo il raggiungimento di una sorta di monopolio in alcuni settori industriali, bensì una lunga lista di ingenti investimenti sparsi in tutto il globo e che, senza dubbio, hanno portato vantaggi trasversali: dal 2000 al 2016 sono stati investiti in Europa 110 miliardi di euro, solo in Italia ci sono circa 450 società italiane che possono disporre di capitali cinesi, non solo il mediaticamente sovraesposto Milan.

Non si tratta di mera economia, ma anche di una strategia da seguire in politica estera rivolta al “soft power”, un potere persuasivo basato sulla creazione di interessi comuni con un altro paese, e meno il paese è sviluppato in termini economici e infrastrutturali, più la Cina interviene con i suoi investimenti: in Ungheria le imprese cinesi hanno investito quasi 2 miliardi; 742 milioni in Romania e poco meno di mezzo miliardo in Polonia; l’Africa, invece, merita un articolo a parte considerato che il continente nero è il primo partner commerciale della Cina e senza remore molti definiscono il continente una succursale di Pechino.

Un approccio che hanno decisamente cambiato gli Stati Uniti, più decisi che mai nell’imposizione di pesanti dazi sull’import di materie prime e prodotti da immettere nel mercato a stelle e strisce. Un atteggiamento che ha destato preoccupazione tra i maggiori partner commerciali, tra cui anche l’Italia. Una piccola guerra di dazi che punta a scalfire soprattutto il solido impianto commerciale del dragone cinese.

D’altronde l’economia cinese è profondamente mutata negli ultimi 15 anni passando da una fase di totale esplosione del mercato a una, addirittura, autotassazione per scoraggiare l’export di certi prodotti. Si tratta di una pratica che viene definita scorretta dagli altri player di mercato: un’azienda cinese può esportare solo se non mette al rischio i target quinquennali stabiliti dal governo centrale (gli stessi di ispirazione sovietica). In caso contrario il governo, tramite lo stringente utilizzo dei dazi, cerca di veicolare il prodotto verso il mercato interno.

Altro curioso dato è che la Cina abbia deciso di bloccare un altro tipo di import: quello dei rifiuti riciclabili. Per l’ONU la Cina e Hong Kong avrebbero importato nel 2016 ben 7,3 milioni di tonnellate di rifiuti plastici da Europa, Usa e Giappone. Parliamo di una grossa fetta di introiti a cui la Cina decide di rinunciare poiché “la raccolta interna di materiali di risulta da rigenerare è sufficiente a soddisfare la domanda cinese”, come affermato dallo stesso governo.  Il blocco ha generato un corto circuito nel sistema di smaltimento europeo che vanta un mercato del riciclo troppo ristretto e una dipendenza (a seconda dei paesi) da inceneritori o discariche. Piccola ma doverosa nota per l’Italia che riesce a riciclare più del 70% dei rifiuti prodotti, oltre il doppio della media comunitaria.

Sembra caustico il paragone con il 1993, quando il tedesco Arthur Eisenmenger, grafico di professione, disegno il Marchio di Conformità Europea , quel “CE” che garantisce al consumatore la conformità del prodotto a tutte le disposizioni della Comunità Europea che prevedono il suo utilizzo dalla progettazione allo smaltimento.

Quel marchio è stato utilizzato per certificare giocattoli, dispositivi medici, elettrodomestici, dispositivi a gas e in generale su un ventaglio eccezionalmente ampio di prodotti utilizzati in ogni ambito dell’economia, dal settore industriale a quello dei servizi: un esempio interessante lo si ritrova nei grandi cataloghi online che comprendono ogni sorta di strumento per il trasporto di materiali edibili e non, dove dalle attrezzature per il catering fino ai carrelli industriali, ogni elemento deve rispettare rigorose normative che ne definiscono materiali, dimensioni, tipologie di trattamenti ai quali vengono sottoposti e requisiti minimi di sicurezza per la commercializzazione.

Interessante sottolineare che la risposta cinese non tardò ad arrivare: furono proprio i cinesi, infatti, a introdurre sul mercato la più celebre e diffusa contraffazione del marchio europeo: il “China Export” che fu realizzato usando il medesimo logotipo di Eisenmenger, ma avvicinando di più la C e la E.

All’epoca molti prodotti cinesi passarono i controlli delle dogane europee grazie a questo marchio, certamente innumerevoli furono acquistati dalla popolazione, una confusione tale che una volta portò a stampare alcuni prodotti UE con il logotipo sbagliato, quello China Export. Segno di tempi passati che cedono il passo a questi in cui la Cina non cerca più di insediarsi, anche subdolamente, nel mercato occidentale, ma ormai è entrata dalla porta d’ingresso e fa le prove generali per cominciare a stabilirne le regole.

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