La piazza è vuota: Fini condannato nella sua Mirabello

Fini Mirabello

Ancora una volta Gianfranco Fini è stato snobbato. Lasciato solo, emarginato. Questa volta l’angolo in cui è stato relegato è la piazza di Mirabello.

Nel paese tanto caro all’immobiliarista di Montecarlo, che negli anni scorsi ha ospitato la Festa Tricolore, si sono riproposte le stesse desolanti scene che si erano già vissute nella kermesse del Palazzo dei Congressi, all’Eur. Nel tentativo di lanciare una nuova formazione (politica? culturale?) la sala dell’evento era stata riempita neanche per la metà.

A Mirabello Giorgio Almirante designò Gianfranco Fini come suo delfino; proprio a Mirabello, Fini decise di strappare definitivamente con Berlusconi. A Mirabello, sabato scorso, Gianfranco Fini ha dovuto fare i conti con il suo presente spietato, che non perdona.

Come non lo hanno perdonato tutti quei militanti assenti, forse approdati verso altre formazioni politiche. La piazza di Mirabello, di fronte al palco dal quale l’immobiliarista di Montecarlo ha provato ad articolare qualche discorso, era praticamente vuote.

Nel confronto fotografico proposto da Il Giornale la differenza tra la piazza di Mirabello nel 2010 e la stessa piazza venerdì scorso, è abissale. A rimanere uguale nelle due foto è il grigio del vestito di Fini. Paradossalmente, anche le cose esclamate goffamente dopo quattro anni sono le stesse. Solo che nessuno ci crede più.

“L’obiettivo – ha detto Fini – è ridare identità alla destra, rialzare una bandiera e per farlo dobbiamo ripartire dal basso dando voce a chi voce non ne ha. Tanti cittadini che oggi si sentono dimenticati, fanno politica in altro modo; occupandosi quotidianamente della vita”.

Peccato che in quattro anni il popolo della destra lo ha condannato come il killer di un’intera area politica. Per fare gli interessi di quale circolo culturale o finanziario non possiamo saperlo.

Fini aveva provato a lanciarsi come simbolo di una politica trasparente, alternativo al “turpe” ex presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, diventato suo nemico su spinta della sinistra, politica e culturale. Non solo.

Solo che, mentre predicava bene, Fini razzolava molto male, tutelando meri interessi familiari, con la tristissima storia dell’appartamento di Montecarlo. La casa, lasciata in eredità dalla contessa Colleoni al partito di Alleanza Nazionale che proprio Fini dirigeva, finì nelle disponibilità del cognato.

Fini aveva promesso di rassegnare le dimissioni se fosse stato appurato che l’appartamento passò nel “portafoglio” di Giancarlo Tulliani, fratello della moglie, ma non fu così. Preferì mantenere la poltrona di presidente della Camera dei Deputati, favorendo il passaggio dal governo Berlusconi al governo Monti.

Ora, prova a svignarsela con dichiarazioni superficiali, del tono “sì, forse ho sbagliato, ma abbiamo sbagliato tutti”. Se pensa di cavarsela così, Fini sbaglia di grosso. Se ha intenzione di ricandidarsi, nessuno glielo impedirà, ma dica chiaramente come sono andate le cose e in che modo ha regalato quell’appartamento al cognato.

Solo dopo potrà rimettersi al giudizio del popolo della destra italiana. Che sarà spietato, come la piazza di Mirabello.

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