Facebook e la legge: come cambia il diritto nell’era dei social

Facebook

Il 2013 è stato l’anno dei traguardi per il social network più popolare: 1,1 miliardi di utenti raggiunti e il sorpasso di Google come pagina più visitata al mondo. Ad oggi, Facebook è una piattaforma virtuale tradotta in oltre 70 lingue e ne usufruiscono oramai non solo privati che vogliono “tenersi in contatto con le persone della propria vita” (come recita lo slogan del social), ma anche grandi marchi, aziende, quotidiani e personalità più o meno famose per farsi pubblicità a costo zero, o quasi.
L’avvento di Facebook, come quello degli altri popolari social network (Twitter, Instagram e Google+) ha reso necessario colmare un significativo vuoto legislativo sulla materia. In Italia almeno.
Solo nel 2014 sono state numerosissime le pronunce della Cassazione e delle Corti di merito (Primo grado e Appello) sull’argomento.
L’ultima in ordine cronologico è arrivata appena lo scorso venerdì. La prima sezione della Suprema Corte ha stabilito che Facebook, in materia di molestie, è a tutti gli effetti da considerarsi “luogo aperto al pubblico”, perché fruibile da chiunque disponga di un accesso alla rete.
In sostanza, la vera svolta rappresentata dalla decisione della Cassazione riguarda le possibili comunicazioni fra i profili degli utenti. Non saranno più considerati molesti soltanto i messaggi privati inviati per posta, ma anche quelli “postati” sul diario (e quindi pubblicamente) della persona offesa.
Ma non basta. Ad aprile, sempre i giudici di Piazza Cavour (sempre quelli della prima sezione), avevano stabilito che in materia di diffamazione sui social network non è necessario che il soggetto cui la reputazione viene lesa sia indicato con nome e cognome, “basta che sia individuabile da un limitato gruppo di persone”.
Nel caso in questione un maresciallo capo della Guardia di finanza aveva pubblicato sul proprio profilo di Facebook la frase “attualmente defenestrato a causa dell’arrivo di collega sommamente raccomandato e lecca***o. Ma me ne f****, per vendetta appena ho due minuti gli tr***o la moglie”. Il nome del collega non c’era, gli estremi per la diffamazione, evidentemente, sì.
Vale la pena riportare anche la decisione di un giudice di Santa Maria Capua Vetere che, nell’ambito di un processo per separazione, ha ritenuto utilizzabili ai fini della richiesta di mantenimento, le prove a carico prelevate dalla moglie sul profilo Facebook del coniuge.
Adesso bisognerà aspettare che la sentenza diventi definitiva. Certo è che, ad oggi, la decisione del giudice di merito rappresenta un importantissimo precedente.
In sostanza, i tempi cambiano velocemente, al ritmo rapidissimo di una connessione internet. E al diritto non resta che adeguarsi e rimanere aggiornato.

Grazia Bontà

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