Nomine, la storia infinita

In tempi di larghe intese, l’intesa per eleggere i due giudici della Corte Costituzionale chiamati a sostituire i componenti “scaduti”, e cioè Luigi Mazzella e Gaetano Silvestri, e per eleggere gli 8 membri laici del nuovo Consiglio superiore della magistratura si è rilevata subito l’intesa più difficile, tanto da creare fibrillazioni anche al patto del Nazareno. La questione si è aperta ufficialmente due mesi e mezzo fa, visto che il mandato di Mazzella e Silvestri si è concluso il 28 giugno e che da allora la Consulta opera a ranghi ridotti, per poi arricchirsi un mese dopo del dossier probabilmente più delicato, più “politico”, quello di Palazzo dei Marescialli. Perché il nuovo Csm non solo sarà in carica mentre in Parlamento si discute la riforma della Giustizia ma dovrà nominare i vertici di molte e importanti procure, come Milano, Palermo, Roma, Napoli, Torino.

Partita delicata, accordo difficile. Per malumori interni a Pd e Forza Italia prima ancora che per difficoltà di sintesi tra Renzi e Berlusconi. E così tra franchi tiratori, malpancisti, frondisti, veti incrociati e assenteisti del lunedì, il Parlamento è passato da una fumata nera all’altra prima di avviarsi faticosamente verso una tortuosa via d’uscita, per l’irritazione nemmeno nascosta del Capo dello Stato. Negli ultimi mesi, infatti, Napolitano è dovuto intervenire più volte sull’argomento, sollecitando le Camere ad accelerare i tempi, fino al punto di scrivere ai presidenti di Camera e Senato, lo scorso 2 settembre, per richiamare il Parlamento ai suoi doveri: “Si tratta di adempimenti non ulteriormente differibili – sottolineava – poiché i due giudici della Corte sono cessati dall’incarico il 28 giugno scorso e il Consiglio superiore della magistratura ha concluso il suo mandato il 31 luglio: entrambi gli organi saranno inoltre chiamati ad affrontare nei prossimi mesi importanti scadenze”. Un richiamo forte, puntualmente disatteso. Non c’è fretta, è stato l’onorevole messaggio mandato dal Parlamento in tutte queste settimane. Una nomina alla volta, avanti piano, preferibilmente senza scomode votazioni di lunedì. Una storia infinita, grottesca, gravissima. Un Paese ostaggio dei suoi rappresentanti, come se il fattore tempo non contasse e invece l’Italia di tempo ne ha sempre meno.

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