La cronaca delle richieste di tangenti e di come fu boicottata e distrutta LDM

Alti dirigenti della Rai volevano denaro o contratti di comodo per un figlio. Di fronte al rifiuto, iniziò una lunga serie di soprusi e, poco per volta, non vennero più assegnate trasmissioni e fiction.

Tutto ebbe inizio nel settembre del 2006, quando Piero Di Lorenzo, presidente della LDM Comunicazione, ricevette una richiesta di prestito (5mila Euro) dal capostruttura di Raiuno Giampiero Raveggi. Dopo pochi giorni capì che era la pretesa di una tangente sui budget che quest’ultimo doveva approvare. Di Lorenzo, sdegnato, si oppose.

Immediatamente informò dell’accaduto il Direttore Generale dell’epoca, Claudio Cappon e la direttrice delle risorse televisive, Lorenza Lei. Dopo essere stato ascoltato durante un internal auditing, e vedendo che nulla si muoveva, l’imprenditore vittima del tentativo di estorsione si rivolse alla Magistratura denunciando Raveggi. L’Azienda di Stato, dal canto suo, preferì non pronunciarsi. La motivazione addotta fu che si attendeva il giudizio delle toghe.

Il patron della LDM, per sottrarsi alle prevedibili ritorsioni del dirigente che aveva denunciato, si rivolse subito anche al direttore pro-tempore di Raiuno, Fabrizio Del Noce, chiedendogli di togliere  la LDM alla vigilanza di chi aveva portato in tribunale e di delegare “doverosamente” un altro capostruttura al trattamento dei programmi della società. Per tutta risposta, Del Noce, esibendo un goffo garantismo, si rifiutò di rimuovere Raveggi, dichiarando di voler aspettare anch’egli la fine del procedimento giudiziario.

Il capostruttura, dal canto suo, si guardò bene dal denunciare a sua volta Di Lorenzo, forse perché rassicurato dal fuoco di copertura che gli veniva garantito. Preoccupato dalla persistente cortina fumogena calata attorno al caso, a Marzo 2008 l’imprenditore uscì dall’azionariato della LDM, rinunciando anche ad ogni ruolo dirigenziale al fine di sottrarre la società alle eventuali rappresaglie. Non immaginava che la vendetta della cricca di potere e la sete di rivalsa presto si sarebbero manifestate in tutta la loro aggressività.

Nel dicembre 2010  un fulmine a ciel sereno interruppe la lavorazione della nona edizione del programma di successo “I Raccomandati”: a quindici giorni dalla messa in onda, l’Ufficio Legale della Rai sollevò il problema della nuova disciplina che regola gli appalti alle società esterne per la produzione dei programmi, in quanto la Rai era stata assimilata ad un soggetto pubblico. Conseguenza di ciò fu la rinuncia da parte LDM del suo format, unita alla cessione volontaria di tutto il lavoro autorale, editoriale, produttivo ed organizzativo per non creare un buco nel palinsesto. Un gesto animato da senso di responsabilità, questo, a cui non corrispose da parte dell’azienda di Stato alcun riconoscimento morale e materiale.

Ancora più assurda la decisione da parte del direttore di Rai Fiction, lo stesso Del Noce (si, sempre lui…) di non autorizzare la contrattualizzazione per la produzione della serie di successo “Il Capitano”, giunta alla terza edizione. La regia sarebbe stata di Vittorio Sindoni, il più titolato regista di fiction che la Rai potesse vantare ed autore negli anni precedenti di prodotti ad alto share, tutti a marchio LDM.

Il sospetto di un accanimento contro la LDM assunse i connotati della certezza nel marzo del 2011, quando nel palinsesto di Raiuno figurava in programma la terza edizione di “Ciak Si Canta”. E’ qui che venne fuori alla grande il ruolo di Chiara Galvagni, capostruttura dell’Ufficio Risorse Televisive Rai, nonché moglie di Giampiero Raveggi. Approfittando della norma varata nel frattempo con cui veniva  stabilito che le trattative per gli ospiti da inserire nei programmi dovevano essere portate avanti esclusivamente dall’Ufficio Casting Rai e non dalla società di produzione esterna che realizzava il format, venne operato un sistematico boicottaggio della trasmissione.

Nella sostanza, la Galvagni arrivò a non chiudere trattative a ridosso della messa in onda anche per cifre misere, negando a vari artisti pure il budget già riconosciuto per programmi analoghi precedentemente contrattualizzati. Per un programma che necessitava di un corposo tempo di preparazione per la realizzazione di clip esterne, questi ostacoli artificiali rappresentarono un colpo mortale.

Dopo il diniego opposto alla richiesta, la ritorsione. La partenza della fiction LDM “Cugino & cugino” fu spostata senza alcun preavviso, per poi andare in onda, cosa unica nella storia della Rai, il martedì ed il giovedì della stessa settimana contro “Ballarò” ed “Anno Zero”. Erano i giorni cruciali della guerra in Libia ed il prodotto venne votato al massacro. Penalizzato in termini di share, tanto bastò al solito Del Noce per decretarne la chiusura con una seconda serie già in fase di scrittura.

Nell’autunno 2011, nel corso della produzione di un’ulteriore serie di “Mettiamoci all’Opera”, accadde di tutto e di più: il budget a dir poco risicato venne ingiustificatamente tagliato del 15%, la scenografia fu realizzata solo parzialmente per scarsezza di risorse, le prove vennero effettuate con lo studio spento e senza personale tecnico, al buio e senza amplificazione, il giorno della registrazione il pubblico (il cui reclutamento era di competenza Rai) non si presentò, non arrivarono mai retro proiettori e grafiche, i concorrenti ed il corpo di ballo vennero vestiti con fondi di magazzino di pessima qualità. Il contratto di Fabrizio Frizzi, conduttore storico del programma (aveva accettato di lavorare gratis per la puntata zero), restò bloccato fino a dopo la registrazione della trasmissione: poi miracolosamente si sbloccò!

Ma l’apice del boicottaggio si toccò nella produzione di “Mi gioco la nonna”, l’unico programma di prima serata nella storia di Raiuno al quale non venne concesso un solo ospite vip ed ebbe come premio in palio 300,00  Euro, (ripeto 300,00 euro), mentre il preserale metteva in palio 500.000,00 Euro.
Cosa accadde poi?

Dopo l’entusiastica approvazione del primo momento per aver reagito correttamente alle richieste dei suddetti personaggi, i dipendenti della LDM si convinsero che Di Lorenzo aveva sbagliato a fare il suo dovere denunciando chi cercava di estorcergli soldi e presero atto che lo scontro non era con i tre dirigenti denunciati, ma con un ambiente dove l’arbitrio e le decisioni prese fuori da ogni regola erano e sono all’ordine del giorno ed il management attuale non muove un dito per cambiare le cose: anzi…

Nel settembre 2012, con una missiva rivolta a Luigi Gubitosi, Di Lorenzo porta a conoscenza del neo DG la complessa ed annosa situazione che vede coinvolta la LDM.

Poi, vista la totale mancanza di sensibilità di Gubitosi, che non capisce il danno che sta facendo alla RAI e alla lotta alla corruzione con il suo atteggiamento pilatesco nei confronti di chi ha sfidato le regole del malaffare – è storia dei nostri giorni – deposita tutto alla magistratura.


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