Chiedere l’indipendenza? Conviene comunque

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Il referendum sull’indipendenza della Scozia, oltre a rivelarsi un successo di partecipazione popolare, ha contribuito ad ottenere maggior autonomia anche con la vittoria degli unionisti.

Dal Galles alla Corsica, dalla Catalogna alla regione veneta, ecco i fenomeni autonomisti in Europa. 

Nonostante gli scozzesi abbiano scelto di rimanere sotto l’ombrello costituzionale del Regno Unito, una serie di istanze independentiste sta attraversando l’Europa. Dopo la Scozia, nel Regno Unito hanno cominciato ad alzare la voce il Galles e l’Irlanda del Nord; in Spagna le regioni della Catalogna e dei Paesi Baschi colgono l’occasione per accelerare i processi di autonomia; come la Corsica in Francia, e non solo.

Conseguenze – Eppure la Scozia una sua autonomia ce l’aveva già, essendo dotata di un parlamento proprio, un proprio governo e una sua gestione fiscale seppur limitata. Nei giorni precedenti al voto del 18 settembre, forse pressati dall’escalation di consensi che il fronte del SI stava ottenendo, i politici britannici hanno garantito una maggiore autonomia fiscale, promettendo di impicciarsi molto di meno nelle questioni politiche locali. O meglio, le istanze delle nazioni appartenenti al Regno Unito dovranno essere accolte, ma attraverso un riordinamento delle funzioni e dei compiti della Camera alta del parlamento britannico (House of Lords).

Dalla consultazione scozzese, dunque, è emerso un chiaro messaggio: provare a reclamare l’autonomia vale la pena. È inutile che gli indipendentisti europei provino a far credere che in ogni caso, la sola possibilità di votare il referendum è stato un successo, anche con la vittoria degli unionisti: il fronte del NO in Scozia, infatti, ha vinto soprattutto grazie alle garanzie del premier inglese David Cameron, che agli eredi del condottiero William Wallace ha promesso più poteri purché scegliessero di rimanere nel Regno Unito. Un trattamento simile, ora, viene preteso anche dagli altri vicini che compongono la grande casa britannica.

È il caso dell’Irlanda del Nord, già animata dallo storico scontro tra cattolici e protestanti. In quest’isola, come nella Scozia, gli orangisti nutrono un profondo attaccamento alla corona inglese, mentre da sempre i cattolici dell’Ulster rivendicano l’autonomia dal regno di Sua Maestà Elisabetta II. Lo stesso vice primo ministro dell’Irlanda del Nord, Martin McGuinness ha sottolineato l’importanza del referendum scozzese: “Il voto dei secessionisti, anche se non ha portato all’indipendenza, significa per tutti noi che le cose non possono più essere le stesse”.

Situazione simile in Galles, chiamato Cymru dai gallesi nella lingua tradizionale. “Il Regno Unito come lo conosciamo è morto”, il premier gallese laburista Carwyn Jones ha rilasciato dichiarazioni molto dure, puntando il dito contro il suo omologo inglese Cameron per aver condotto il Paese a un passo dalla storica separazione a causa dell’errata gestione del referendum. Secondo Jones “è ora che le quattro nazioni si siedano a un tavolo per avviare delle trattative serie”.

Le mire indipendentiste, poi, coinvolgono anche gli attivisti pro-devolution in Cornovaglia, regione non riconosciuta come una delle quattro nazioni che formano il Regno. Proprio per questo gli indipendentisti chiedono che venga creata una Assemblea nazionale per la loro regione.

Catalogna – Al di fuori del Regno Unito, una nazione che molto presto avrà a che fare con un referendum simile a quello scozzese è la Spagna. Il prossimo 9 novembre i catalani dovranno esprimersi sull’indipendenza dal parlamento centrale spagnolo o meno. Questa regione da sempre esprime un forte sentimento separatista e la consultazione scozzese ha contribuito a rilanciare la questione catalana, nonostante il prossimo referendum non avrà valenza costituzionale. Nonostante la Catalogna goda già di ampi poteri autonomi, è una regione esente da autonomia fiscale. Il primo ministro Mariano Rajoy ha più volte tenuto a precisare che non riconoscere l’esito di quello che ha definito un referendum “illegale”. Eppure il vento scozzese ha entusiasmato gli esponenti indipendentisti che si vogliono staccare dalla Spagna.

Deputati dei partiti nazionalisti e indipendentisti spagnoli hanno manifestato il proprio sostegno al referendum in Scozia, come “esempio di un processo democratico, che manca in Spagna”. Davanti a una bandiera scozzese, dispiegata nel salone dello Scrittoio della Camera Bassa, il portavoce di Esquerra Republicana de Catalunya (Erc), Alfred Bosh, affiancato da deputati del Partito nazionalista Basco (Pnv), del Bloque Nacionalista Gallego (Bng), di Coalicion Canaria (CC) e del partito basco Amaiur, ha ammesso di provare “una sana e tremenda invidia” per gli scozzesi, che sfocia addirittura in gelosia.

A sottolineare l’importanza dell’appuntamento referendario della Catalogna è stato l’asso calcistico del Barcellona, Gerard Piqué. “Da 16 anni indosso la maglia della nazionale e ho dato sempre il massimo, è come una seconda pelle. Ma un’altra cosa, ben diversa, è sentirmi catalano” che ha partecipato alla “Diada”, la mobilitazione per la festività catalana dello scorso 11 settembre. “Non capisco perché la gente sia infastidita. Ho partecipato perché sono catalano ed era il giorno della Catalogna per eccellenza”, ha detto il difensore blaugrana. Piquè ha poi ribadito di essere a favore del referendum indipendentista annunciato per il prossimo 9 novembre, “perché – ha osservato – credo che sia democratico e debba svolgersi, perché alla fine la gente deve avere il diritto di votare”

A Madrid, non l’hanno presa di certo bene. “Ci sono linee che non si possono superare”, ha dichiarato il ministro degli Esteri José Manuel García-Margallo, lasciando trapelare preoccupazione per l’ebbrezza catalana. Il governo di Mariano Rajoy, inoltre, per la prima ha lanciato l’ipotesi di una sospensione dell’autonomia della Catalogna nel caso il capo della regione nordorientale spagnola, l’indipendentista Artur Mas, decidesse di andare avanti con la celebrazione del referendum sull’indipendenza il 9 novembre.

Paesi Baschi – Dalla Catalogna, dunque, ai Paesi Baschi dove è presente un movimento separatista tra i più antichi di sempre. Sin dagli ultimi anni dell’800, infatti, i separatisti baschi hanno lottato per la creazione di una nazione indipendente a cavallo tra Spagna e Francia. Braccio armato degli interessi separatisti è stato l’organizzazione armata nazionalista Eta che, dagli anni ’60 fino al 2011, ha messo a segno una serie di azioni dimostrative e attentati. Il capo del governo autonomo dei Paesi baschi spagnoli, Inigo Urkullu, in occasione del referendum scozzese, si augura di riuscire a seguire l’esempio britannico: “Si è dimostrato possibile, attraverso il negoziato e l’intesa per la Scozia, che si può decidere liberamente per il proprio futuro politico”. Secondo Urkullu la volontà del governo basco è quella di “procedere sulla stessa strada della Scozia”. Il governatore dei Paesi Baschi ha poi sottolineato la “necessità di lavorare per concordare con il governo di Madrid un referendum nei Paesi Baschi” sostenendo il valore di “un’Europa unita nella diversità e che deve convertirsi nel modello di una nuova governance basato sul dialogo e l’intesa, in una sovranità condivisa”.

Non solo Catalogna e Paesi Baschi. In Spagna, infatti, sono presenti anche i movimenti di indipendenza per la Galizia, in Aragona e nelle isole Canarie.

In Francia è presente uno dei più noti movimenti indipendentisti, come quello della Corsica. Il gruppo Front de Liberation Nationale de Corse scelse la lotta armata nel 1976, per abbandonarla lo scorso giugno.

Oltre alla Corsica, in Francia sono presenti anche le istanze separatiste dell’Occitania che mira alla creazione del proprio stato tra Francia e Italia, oltre alle richieste della Bretagna e della Nuova Caldeonia.

In Belgio è presente un’altro contrasto storico, con la divisione tra valloni e fiamminghi, linguisticamente e culturalmente molto diversi tra loro. Negli ultimi anni le spinte indipendentiste delle Fiandre sono state cavalcate dal partito dell’estrema destra nazionalista che punta a una netta separazione divisione tra le due comunità.

Le spinte autonomiste coinvolgono anche la Germania e più precisamente la Lusazia, una regione che si trova tra la Polonia, la Repubblica Ceca e il Brandeburgo. La popolazione di origine slava preme per il riconoscimento del proprio stato autonomo.

L’Italia e il Veneto – La brezza indipendentista che sta soffiando sull’Europa non può che comprendere anche il nostro territorio. Dalla Sardegna, dove è presente il movimento Sardinia Natzione, fino al Trentino Alto Adige e al Sud-tiroler Freiheit, sono molte le istanze autonomiste avanzate periodicamente, molto spesso negli appuntamenti elettorali, soprattutto nelle regioni settentrionali. Il fronte indipendentista che ultimamente sta facendo sul serio è quello veneto. Nei giorni scorsi qui è stato lanciato un referendum via web che ha riscontrato un grande successo tra i separatisti. Certo, su internet questo tipo di fenomeni vanno ridimensionati e presi con le molle. Così è stato lo stesso consiglio regionale ad approvare due diversi referendum: il primo per una vera e propria indipendenza dallo Stato italiano; il secondo più fattibile circa l’”autonomia speciale”.

Il presidente del Veneto, Luca Zaia, della Lega Nord, ci tiene a precisare: “Non sono un eversivo, ma noi puntiamo molto su questa consultazione”. Il referendum sembra essere politicamente trasversale, almeno sicuramente nel centrodestra. Anche l’esponente di Forza Italia Remo Sernagiotto si schiera a favore dell’indipendenza: “Non è una questione partitica, ma di libertà. I cittadini devono poter essere liberi di scegliere. Potranno anche vincere i NO, l’importante è che si voti”.

Proprio come è successo in Scozia. I NO hanno vinto, ma per tenersi la Scozia la Gran Bretagna dovrà mantenere la promessa, concedendo più autonomia.

Dalla Catalogna al Veneto, comunque vada, gli indipendentisti cominciano a leccarsi i baffi.

 

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