L’assassinio di Mino Pecorelli, il pubblicista che sapeva troppo

Il 20 marzo 1979, appena uscito dalla redazione del settimanale da lui fondato, un killer lo uccise a colpi di pistola a bordo della sua auto in via Orazio. Il processo contro Andreotti: poi assolto
di Grazia Bontà

Il 20 marzo del 1979 cade di martedì. E non è una giornata come le altre. A Roma, al Quirinale, siede Sandro Pertini. Quel pomeriggio, il “Presidente partigiano” ha tenuto a battesimo il quinto Governo presieduto da Giulio Andreotti.

Questo fatto, per chi crede che l’Italia sia un Paese fondato su intrighi, complotti e misteri, non può considerarsi una coincidenza. Sì, perché l’ennesimo insediamento di Giulio Andreotti  all’Esecutivo non è la notizia più eclatante di quel giorno d’inverno.

Via Orazio, sempre a Roma. Sempre la sera del 20 marzo 1979. Una scarica di proiettili 7,65 uccide senza pietà un uomo che è seduto nella sua auto, ha appena finito di lavorare e sta tornando a casa. Il corpo dilaniato è quello di Mino Pecorelli. E la sua morte resta, a 35 anni di distanza, un assoluto mistero.

Per raccontare questa storia, però, è bene cominciare dal principio.

È nato in Molise, a Sessano per l’esattezza, Carmine Pecorelli, per tutti “Mino”, in una bella giornata dell’estate del 1928. Quando scoppia la guerra, Mino è poco più che un ragazzino, ma quando gli Alleati sbarcano al sud lui sente impellente il bisogno di arruolarsi. Ha appena 16 anni quando sceglie il contingente anticomunista del generale polacco Władysław Anders per andare a combattere.

Al termine del conflitto Pecorelli si rimette immediatamente a studiare. Si diploma a Roma, dopodiché sceglie di trasferirsi in Sicilia e di intraprendere gli studi di Giurisprudenza, all’Università di Palermo. Poco dopo essersi laureato si appassiona alla pratica forense e diventa ben presto avvocato, specializzandosi in diritto fallimentare. Quella professione, però, non la esercita a lungo. La sua vera e grande passione è un’altra. A Mino Pecorelli piace scrivere. Gli interessano i retroscena della vita politica siciliana, più delle aule di Tribunale. La svolta per la sua carriera si compie quando il Ministro democristiano Fiorentino Sullo lo chiama per occuparsi del suo ufficio stampa. È così che Pecorelli inizia a conoscere il fascino seducente dei tasti della macchina da scrivere.

Nel ’67 Mino diventa giornalista “a tempo pieno”. Fa ritorno a Roma, dove viene assunto dal mensile (divenuto poi settimanale) Nuovo Mondo d’Oggi. Il giornale, diretto da Paolo Senise, si occupa di “politica, attualità e cronaca” ma è conosciuto principalmente perché chi ci lavora è particolarmente bravo a scovare scoop riguardanti ambienti di potere.

Per Mino Pecorelli, Nuovo Mondo d’Oggi è un’opportunità unica per sviluppare la sua vena creativa e sviluppare l’indole da cercatore di notizie nell’ombra. Grazie a quell’esperienza comincia a conoscere “la gente che conta” e a raccontare ogni minimo dettaglio dell’ambiente in cui si è introdotto, quello della politica e della finanza. Nel 1968 la rivista chiude definitivamente in seguito all’ennesimo scoop di Pecorelli, che coinvolgeva anche l’ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, articolo di cui tutt’oggi è ignoto il contenuto (poiché non venne mai pubblicato).

Nella fine dell’esperienza al settimanale, però, Mino intravede una nuova opportunità. È così che fonda la sua agenzia di stampa: Osservatore Politico, per tutti “O.P.”, acronimo –fra l’altro- di “ordine pubblico”. La sede è in via Tacito 90, a Roma, a due passi dalla Cassazione. L’agenzia è sempre particolarmente attenta agli scandali che riguardano alte cariche dello Stato. Pecorelli non parla solo di politici, ma anche di militari, alti dirigenti, banchieri, finanzieri, industriali e membri dei servizi segreti. La sua innata bravura nello scovare i retroscena più oscuri non basta, però, a fornirgli tutte le notizie di cui entra in possesso. Si scoprirà infatti, solo dopo la sua morte, che Pecorelli è anche fra i membri della P2 di Licio Gelli.

Quasi inspiegabilmente, dopo esattamente dieci anni di attività, l’Osservatore Politico, cambia volto. Nel marzo del 1978 l’agenzia di stampa si trasforma a tutti gli effetti in un periodico, distribuito in tutte le edicole d’Italia.

Neanche a farlo apposta, la prima uscita della nuova testata coincide con il più sconvolgente avvenimento che l’Italia repubblicana abbia conosciuto fino a quel momento: la strage di via Fani ed il rapimento dell’onorevole Aldo Moro.

O.P. segue  in maniera particolarmente attenta il sequestro del Presidente della D.C. rivelandone sconcertanti retroscena. Il giornale di Pecorelli lascia intendere in più di un’occasione che il Ministro degli Interni Francesco Cossiga sia informato del luogo in cui è tenuto prigioniero Moro dalle Brigate Rosse ma, per motivi sconosciuti, si trova costretto a non intervenire.

Al di là dell’“affaire Moro”, Mino Pecorelli si dedica spesso a bersagliare, dalle colonne della sua testata, l’onnipresente Presidente del Consiglio Giulio Andreotti. È lui, potremmo dire, il “nemico numero uno” del giornalista molisano. Esiste addirittura un numero di O.P., mai pubblicato, dal titolo: “tutti gli assegni del Presidente”. L’argomento è intuitivo. Pecorelli sta per divulgare la notizia che Andreotti ha girato assegni milionari a Nino Rovelli (un noto imprenditore) e a uomini del Sid. Per impedire lo scandalo, viene inviato “in missione” il parlamentare democristiano, nonché braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti. È lui che offre a Pecorelli 30 milioni di lire per bloccare la pubblicazione di quel numero. L’idea di molti è che, quei soldi, li abbia messi a disposizione Franco Caltagirone. Voce che, comunque, non è mai stata provata.

Gli articoli di Pecorelli vengono spesso tacciati di essere diffamatori e ricattatori. Il tono degli editoriali è, quasi sempre, molto fuori dalle righe e dai canoni del normale giornalismo. È un pubblicista scomodo Mino. Uno che sta costantemente “sul pezzo” e che non ha paura di mettere in piazza gli affari loschi dei potenti d’Italia. Chiunque essi siano, a qualsiasi partito o casta appartengano.

È probabilmente questo il motivo che sta dietro alla sua morte, avvenuta quella sera del 20 marzo del 1979. Proprio un anno dopo la nascita del suo periodico, 369 giorni dopo l’omicidio di Aldo Moro. Lo stesso giorno in cui si insedia il quinto Governo del “nemico” Andreotti.

Non è un omicidio come tanti quello di Mino Pecorelli. È più misterioso di tanti assassinii misteriosi della storia d’Italia degli anni di piombo. Sì perché è piena di strani dettagli e particolari coincidenze.

Mino Pecorelli viene ucciso in via Orazio, proprio dietro la sede del suo amato giornale e a due passi dalla Corte di Cassazione. Quasi sospeso a metà fra le sue due passioni, le sue due vite: quella di giornalista e quella di avvocato.

Il sicario che lo uccide, a bordo della sua automobile, gli scarica addosso una serie di colpi di pistola. I bossoli estratti dal cadavere si riveleranno essere dei 7,65 Gevelot. Sono talmente rari da risultare introvabili persino sul mercato nero. Solo un’organizzazione, a Roma, usa quei proiettili: è la Banda della Magliana.

Subito dopo l’omicidio di Mino Pecorelli, le indagini si orientano nella direzione del terrorismo nero. La pista dei N.a.r. è solo un buco nell’acqua. Forse un “depistaggio” dei servizi segreti. Vengono incriminati Cristiano e Valerio Fioravanti, ma le accuse a loro carico cadono perché totalmente destituite di fondamento.

Per avere una vera e propria svolta in merito all’assassinio del giornalista molisano si deve attendere il 1993. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, il pentito per eccellenza, Tommaso Buscetta , comincia a raccontare la sua versione sulla morte di Mino Pecorelli, rivelando un intricato disegno che vede coinvolta mafia, criminalità organizzata, istituzioni e altre cariche della politica. Il boss Gaetano Badalamenti avrebbe infatti raccontato a Buscetta che l’omicidio del giornalista sarebbe stato consumato per volere, o quantomeno nell’interesse, di Giulio Andreotti.

Subito dopo le dichiarazioni dell’ex boss di Cosa Nostra, i magistrati aprono un nuovo filone di indagini. Vengono indagati, fra gli altri: il senatore Giulio Andreotti,  il magistrato Claudio Vitalone, i mafiosi Gaetano Badalamenti, Giuseppe “Pippo” Calò e Michelangelo La Barbera, nonché l’ex esponente “nero” della Banda della Magliana Massimo Carminati.

Il 24 settembre 1999, vent’anni dopo l’omicidio Pecorelli, viene emessa la sentenza di assoluzione per tutti gli imputati. La formula è la più ampia possibile: “per non avere commesso il fatto”. Tre anni dopo, il 17 novembre 2002, la Corte d’Assise d’Appello di Perugia condanna invece Andreotti e Badalamenti a 24 anni di reclusione, in qualità di mandanti dell’omicidio. Conferma, invece, le assoluzioni per i presunti esecutori materiali del delitto. Il 30 ottobre 2003 la Suprema Corte di Cassazione annulla senza rinvio la condanna inflitta in appello a Giulio Andreotti e a Gaetano Badalamenti. Emblematica immagine di quella giornata è la telefonata di una giovanissima Giulia Bongiorno, difensore (insieme al Professor Franco Coppi) di Giulio Andreotti che esulta al telefono: “Assolto! È stupendo Presidente! Stupendo!” e dall’altra parte il sorriso serafico dell’uomo simbolo del potere della Democrazia Cristiana che risponde “Sì, direi che anche io sono contento…”

Oggi, dopo oltre un trentennio da quella sera del 20 marzo ’79, la morte del giornalista amante degli intrighi e dei misteri all’italiana è diventata essa stessa un oscuro mistero.

Oggi, a 35 anni dall’omicidio di Mino Pecorelli, non si conosce neppure un colpevole. E nessuno ha pagato.

 

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