Quando i giornalisti ne sanno più dell’indagato

Parla in esclusiva il chirurgo di Villa Mafalda Ennio De Bartolomei, che ha scoperto di essere coinvolto a sua insaputa nella vicenda Stamina

Autocensura e malcostume dei giornalisti sono sempre più frequenti. Con che criterio si decide il linciaggio di una persona, pubblicandone nome e cognome (nell’ipotesi migliore le iniziali), soltanto perché iscritta nel registro degli indagati (cosa che dovrebbe rimanere segreta fino al momento della consegna dell’avviso di garanzia) ed invece si sceglie, per esempio, di omettere le generalità di un medico, anzi tre, quando vengono rinviati a giudizio per omicidio colposo? E perché, nel caso di “personaggi di spicco, professionisti, avvocati ed anche giornalisti”, clienti abituali delle baby squillo dei Parioli, nonostante fossero a conoscenza della minore età delle ragazze con cui andavano a letto, la loro identità non è stata mai rivelata? Sono bastati un patteggiamento ed una multa di 1000 euro per pulirsi la coscienza rimanere nell’anonimato. Ed ancora, com’è possibile che un pusher “no global” si sia introdotto, insieme ad una delegazione di parlamentari, nel carcere di Regina Coeli per portare la marijuana a Nunzio D’Erme e tutti i giornali hanno taciuto sul fatto evitando, volutamente, di pubblicare nome e cognome dello spacciatore, eccezion fatta per il “Secolo d’Italia”?

Di casi come questi ce ne sono molti altri ancora. Rinviati a giudizio “protetti” e semplici indagati sbattuti in prima pagina, pronti per essere linciati dall’opinione pubblica. Uno di questi è il  dottor Ennio De Bartolomei, chirurgo specializzato in ginecologia in Italia E diplomato in oncologia clinica e sperimentale presso l’università di Parigi negli anni ’80, nonché membro della FFOM (federazione francese oncologi). Che collabora, oltre che con una equipe di medici francesi, con la clinica “Villa Mafalda” di Roma. De Bartolomei ha scoperto di essere indagato soltanto dalle pagine del “Messaggero”, di  “Repubblica” e del “Corriere della Sera”, che venerdì hanno titolato: “Stamina a Villa Mafalda, indagato il chirurgo Ennio De Bartolemi. Sperimentazione clinica in mancanza di autorizzazione”.

Prima di lui era stato il turno di Donato Bruno, il parlamentare di Forza Italia che aveva appreso delle indagini a suo carico (per concorso in interesse privato del curatore negli atti del fallimento della “Ittierre” di Isernia, grossa azienda del settore tessile) dalle pagine dei quotidiani.

Ma come fanno i giornali a sapere che una persona è iscritta al registro degli indagati ancora prima del diretto interessato, visto che non ha ricevuto l’avviso di garanzia? Semplice, tramite una “soffiata” da Palazzo di Giustizia. E, una volta in mano lo scoop, non perdono occasione per sbattere “il mostro” in pasto alla gente. Violando la deontologia professionale e violando soprattutto i diritti della persona. Ricorrendo ad una strategia di comunicazione che –codice di procedura penale alla mano- sarebbe vietata. Ma questo poco importa.

L’Ultima Ribattuta ha contattato in esclusiva il dottor De Bartolomei, che già aveva espresso tutto il suo disappunto per questa storia che lo vede coinvolto a sua insaputa.

Dottor De Bartolomei come ha scoperto di essere indagato per la questione “stamina”?

Ero in Francia per lavoro e io di questa storia tutt’ora non so assolutamente nulla. Non ho ricevuto nessun foglio, nessun avviso di garanzia, eppure i giornali lo hanno saputo prima di me. Mi ha chiamato un mio amico dall’Italia e mi ha raccontato di aver letto il mio nome sul “Messaggero”. Mi hanno creato un danno enorme alla mia immagine. Non mi sono mai occupato né di stamina, né di cellule staminali e nè ho contatti con  il centro tedesco di Colonia. Mai. Anche perché per trattare questi metodi ci sarebbe bisogno della disponibilità di macchinari che costano milioni di euro. Queste accuse, che poi ancora devo capire quali siano perché a quanto pare sono indagato, sono inesistenti.

Lei non era a conoscenza di nulla?

Sapevo di indagini dei Nas, in collaborazione con l’Aifa (agenzia italiana del farmaco) per alcuni tipi di trattamento che facevo ai pazienti. Ad aprile mi fecero anche delle ispezioni per accertare se ci fossero eventuali violazioni. Non trovarono anomalie nel centro, ma mi dissero che la somministrazione di cellule dendritiche era vietata, però non seppero dirmi concretamente gli articoli da me violati. Aggiunsero anche che non potevo fare più sperimentazione (per me era terapia). Mi assicurarono poi che ciò non costituiva un reato e che se io avessi assicurato, per iscritto, che non avrei eseguito più tali somministrazioni non era neanche il caso di procedere. Si dissero convinti che tale terapia (per la quale un noto ricercatore ha conseguito pochi anni fa il premio Nobel) era sicuramente il futuro nel campo oncologico.

Tengo a precisare che i pazienti firmavano prima un consenso informato, nel quale era accertato l’uso compassionevole di tale terapia e i costi di produzione. E i pazienti in questione vennero poi interrogati confermando il tutto.

La storia finì quel giorno, ad aprile. Almeno è quello che io pensavo, perché poi è arrivata la notizia dai giornali. Sono cascato dalle nuvole.

Ma allora, secondo lei,  perché l’hanno tirata in mezzo a questa storia?

Ripeto, non so niente. So che Villa Mafalda era stata, in passato, al centro di polemiche riguardanti altre faccende di presunta malsanità, ma mai per il metodo stamina. Ma so anche che tutte le persone indagate sono poi state prosciolte. Evidentemente la clinica ed io non godiamo di simpatie da parte di qualcuno. Sinceramente, però, non riesco a capire il perché.

Che tipo di terapie somministrava ai suoi pazienti?

Tengo ancora precisare che non ho mai fatto alcun tipo di sperimentazione stamina. Ho somministrato terapie per via sottocutanea di cellule dendritiche, prodotte da un laboratorio tedesco di alta qualità. Questa è l’unica cosa che, in teoria, mi potrebbero imputare. Ma se tale somministrazione non potevo farla lo stabiliranno i magistrati dopo aver reperito tutte le informazioni necessarie. Io ho la coscienza a posto, ho sempre agito nel rispetto del codice deontologico e della libertà di cura. D’altra parte, per anni ho prescritto un noto anticorpo monoclonale, utilissimo per la lotta contro i tumori del polmone che i pazienti acquistavano da soli a caro prezzo sempre in Germania, perché in Italia non è possibile e le Asl non pagano nulla. Sono tante le domande che a questo proposito mi pongo.

Ad esempio?

Perché questi e altri farmaci sono di solo uso ospedaliero? Quando poi la risposta più frequente che i pazienti si sentono dare è ‘la sua aspettativa di vita (età, gravità del tumore etc n.d.r) non giustifica i vostri costi terapeutici’. Questo secondo voi è giusto? Ed ancora, è lecito che certi farmaci possano essere prescritti solo da medici ospedalieri visto l’alto costo, violando in questo modo la libera competitività e impendendo a quei pochi che hanno scelto la libera professione, come nel mio caso, di poter ottimizzare le cure? Lo trovo veramente assurdo.

Le cure sui suoi pazienti sono andate a buon fine?

Assolutamente sì. Le terapie sottocutanee di cellule dendritiche che ho somministrato hanno fatto registrare il massimo successo. Sono 4 i pazienti che ho trattato con questa cura. Uno aveva un tumore ai polmoni con metastasi surrenaliche e cerebrali ed ora è i remissioni, gli altri tre adesso stanno bene. E in Italia c’è una legge (salvavita) che dice che se i farmaci sono curativi, anche se provenienti dall’estero, possono essere usati.

Cosa pensa di fare adesso?

Innanzi tutto devo tutelare la mia dignità professionale e la mia immagine, in primis nei confronti della mia famiglia e poi nei confronti di tutti i miei pazienti. Da parte mia c’è la massima chiarezza. Sono sereno. Il problema è che non siamo stati informati ancora di nulla. Né il sottoscritto, né il mio avvocato e non sappiamo nemmeno il numero del procedimento a mio carico. Siamo in attesa che ci venga notificato l’avviso di garanzia. Ma a quanto pare ne sanno più i giornali di noi: ma che razza di Paese è questo?

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4 Commenti

  1. Rossi Bruno said:

    Buongiorno Signor Paolo Signorelli,vorrei commentare il suo articolo sopra riportato: Secondo me prima di scrivere un’ articolo, bisogna sapere di che cosa è di chi si parla! Secondo me ha lei manca questo piccolo particolare. Io ho avuto ha che fare con il Signore da lei intervistato. Spero di non averle mancato di rispetto, le auguro buona giornata.

    • Paolo SignorelliPaolo Signorelli said:

      Assolutamente, ogni critica, se costruttiva è sempre ben accetta. Io ho intervistato il chirurgo e ho riportato tutto ciò che mi ha dichiarato nell’intervista. Se vuole motivi la sua critica. Io, se mi permette, le rispondo intanto ringraziandola e dicendole che nel suo commento ci sono almeno tre errori grammaticali gravissimi di italiano. Buona giornata
      Paolo Signorelli

    • ikko said:

      Questo modo di scrivere e gli errori grammaticali mi fanno pensare ad una persona….molto vicina al signore in questione. A buon intenditore….

  2. Pingback: Giornalisti: le "discriminazioni" sui nomi degli arrestati e degli indagati

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