[Video] Quando Milena Gabanelli collezionava figuracce a “Mixer”

La trasmissione “Report” è giunta alla 18ma stagione, ed ha già fatto parlare di sé per una videoinchiesta sull’Istituto Superiore della Sanità, sfociata nel clamoroso blitz della Guardia di Finanza nella struttura di Viale Regina Elena a Roma.
Gongola Milena Gabanelli, conduttrice di un programma di successo, uno dei più longevi del panorama televisivo italiano. La Giovanna D’Arco nostrana è non a torto considerata la massima espressione del giornalismo d’inchiesta italiano, e in quanto tale è osannata per la misura e l’attendibilità del suo prodotto.
Ma pochi sanno che agli albori della sua carriera è inciampata maldestramente in una brutta storia di malainformazione e faziosità.
Una vicenda che merita di essere raccontata sin dal principio, quando la conduttrice di “Report” fu scagliata da Giovanni Minoli, all’epoca autore e volto di “Mixer”, sul fronte di guerra jugoslavo.

L’antefatto

Era il 1991, e la guerra nei Balcani era divampata da pochi mesi, a causa della volontà secessionista dei paesi che componevano la vecchia Repubblica Federale, ed una città in particolare, Vukovar, fu al centro di un’aspra contesa tra serbi e croati. Solo in seguito si sarebbe appreso dei feroci ed indiscriminati massacri compiuti in quei giorni, di cui la Gabanelli non volle o non poté attribuire con certezza la responsabilità.
Un video di 12 minuti scovato su Youtube (vedi in fondo al pezzo), dal titolo “Milena Gabanelli a Mixer, il 2 dicembre 1991 su Rai 2 sul conflitto serbo-croato”, mostra in sintesi il reportage da lei confezionato appena due settimane prima della messa in onda quando, su richiesta del direttore Minoli, fu incaricata di seguire le sorti del conflitto dalla parte serba.
Una scelta che in seguito si rivelò infelice, non essendo (come dichiarato dalla stessa giornalista) “le faccende della Jugoslavia il mio punto di interesse. Semplicemente non le capivo”.
La conduttrice di “Report”, all’epoca 37enne, era una pubblicista freelance che da anni si cimentava nel videogiornalismo. Respinta all’esame per diventare professionista, era già stata in Cina, in Vietnam ed in Cambogia. Aree complesse, certo, ma non teatri di guerra come quello balcanico.
Minoli la reputò lo stesso adatta al compito, chiedendole di andare a Belgrado. Voleva un pezzo sul conflitto serbo-croato visto dalla parte dei serbi. “Vanno tutti a Zagabria – le disse –perché non tentiamo di vedere cosa succede sull’altro fronte?”. La incaricò di raccogliere materiale alla TV di Belgrado e, solo se fosse stata in possesso di sufficienti garanzie di protezione, di documentare la situazione al fronte.

Il filmato incriminato

Nel video, da subito, viene mostrata eloquentemente la posizione di chi l’ha caricato su Youtube. In sovrimpressione compare la scritta “per il contenuto di questo report televisivo la Rai è stata condannata il 13 gennaio 1992 dal garante per l’editoria, in quanto contenente falsità. Per gli orrori compiuti dai serbi a Vukovar il presidente serbo Tadic ha chiesto il perdono ai croati. Hai mai chiesto e chiederà mai il perdono Milena Gabanelli? Chi era e chi è costei?” .
Poi parte la voce off di Mixer, riportando che il 20 novembre l’agenzia di stampa Reuters aveva battuto il comunicato: “miliziani croati avrebbero massacrato 41 bambini serbi, testimone oculare il fotografo Goran Mikic”. Poi sullo schermo appaiono le prime pagine dei quotidiani che hanno ripreso la notizia, mentre la voce ci informa che “il fotografo ha ritrattato dicendo di non averli visti con i propri occhi, diversamente da qualcuno che c’era, qualcuno che ha visto, ed ha anche protestato”. Compare quindi la Gabanelli, che rivolta ad un indistinto interlocutore, dice in inglese: “dov’è la comunità internazionale? Dov’è Amnesty International? Dov’è il Vaticano? Qui non c’è nessuno…”
Poi Minoli, in primissimo piano in pieno stile Mixer, annuncia trionfalmente: “la testimone oculare di questo massacro è la nostra inviata sul fronte di guerra, Milena Gabanelli”. A quanto pare di capire la giornalista sarebbe tornata da Vukovar con un documento esclusivo. Ma come ha fatto ad arrivare fino alla città martoriata una semplice freelance?

Cattive compagnie

Qui torna utile, per comprendere appieno la vicenda, il racconto della stessa Milena Gabanelli presente nel libro “La sconfitta dei media”, di Marco Guidi, edito nel 1993, appena due anni dopo lo svolgimento dei fatti.
Una volta arrivata a Belgrado, la conduttrice di “Report” si recò nel bar dove venivano reclutati i volontari delle milizie paramilitari. E’ lì che fece conoscenza con il comandante Arkan, da lei descritto come “un tipo con la faccia più da barista che da guerriero, nonostante il suo torbido passato”.
E si, perché colui il quale nei giorni successivi la traghettò come Caronte all’inferno, negli anni a seguire sarebbe salito agli onori delle cronache come il capo delle “Tigri”, un corpo responsabile di aver seminato terrore e morte in Croazia ed in Bosnia.
Da subito, racconta la Gabanelli, Arkan si offrì di portarla al fronte. “Te la senti di filmare dei bambini morti? Perché c’è stato un massacro…”, le disse. Lei accettò, lo scoop era a portata di mano. Senza pensare che con un accompagnatore del genere l’imparzialità del reportage era già andata a farsi strabenedire.
Lo si vede sin dalle prime immagini, Arkan, tra le sue milizie. Lei invece racconta di non poter disporre di una troupe, portando con sé solo una Video8 il cui funzionamento aveva spiegato ad un soldato, in quanto non se la sarebbe sentita di filmare quelle scene.

Il luogo della strage

Poi il racconto si fa confuso. Nel video racconta di essere stata spinta dietro un muro da un soldato, allo scopo di proteggerla dai proiettili, e di aver visto la distesa dei corpicini senza poterli riprendere, impressionata dalla scena. Si torna in studio e Minoli chiede alla Gabanelli di raccontare cosa avesse visto. Seguono interminabili istanti di pathos artificiale, poi dopo il silenzio la giornalista racconta ad occhi bassi di aver visto la faccia di un bambino con la gola tagliata. Due anni dopo racconterà invece di aver tentato di effettuare delle riprese, ma di non esserci riuscita perché trascinata via a forza e messa in sicurezza, lontana dalla sparatoria in atto.
Resta il fatto che non esiste alcuna testimonianza filmata dell’accaduto, né la prova che i bambini in questione fossero serbi. I dubbi si fanno sempre più pressanti sapendo cosa le tigri di Arkan stessero combinando in quei giorni a Vukovar. Eccidi inauditi, tra i quali il massacro degli inermi degenti dell’ospedale cittadino.
Ma la Gabanelli non lo sapeva, o non si curava affatto di approfondire e scavare. Per lei, quei bambini, erano sicuramente serbi, glielo aveva detto Arkan, mica Topo Gigio.
In effetti a Minoli lo scrupolo del chiedersi perché l’altro testimone oculare della strage, il fotografo Mikic, avesse ritrattato, era venuto. E lo aveva chiesto alla giornalista. Che aveva replicato: “se la notizia fosse stata confermata, nel popolo serbo, fortemente emotivo, si sarebbe alimentato ancor di più l’odio etnico”.
La motivazione, onestamente, ci sembra poco credibile. Di solito, su eventi come questo, la propaganda bellica ci ricama su, e poi non è che i serbi si fossero presentati a Vukovar con i mazzi di fiori in mano…
Ma la parte più stucchevole doveva ancora arrivare.

L’interrogatorio ai prigionieri di guerra

Riparte il filmato, e la scena si sposta all’interno di un carro armato, dove ad essere intervistato è un soldato croato appena catturato, che si dimostra fortemente critico nei confronti delle scelte politiche del suo paese. Ma cosa avrebbe potuto dire di diverso, in quelle condizioni?
Idem per la sequenza successiva, in cui la Gabanelli veste i panni del commissario politico al cospetto di una ragazza croata con il volto palesemente tumefatto, accusata di aver ucciso dei civili serbi, tra cui un bambino.
Noncurante del suo shock psicologico, la conduttrice di “Report” la incalza intimandogli di riferirle il nome del prete che ha aizzato la popolazione contro i serbi in Kraijna, ed il perché la chiesa cattolica sia accusata di fomentare l’odio etnico. Le immagini saltano al mattino successivo, quando la donna viene costretta a scavare in un terreno, forse per riesumare i corpi delle sue vittime, o più probabilmente per ricavare la fossa dove sarebbe stata sepolta dopo la sua fucilazione. Non lo sapremo mai, perché la propria sensibilità impone alla Gabanelli di spegnere la camera ed allontanarsi.

Le conseguenze del reportage

Subito dopo la messa in onda del servizio, fioccarono le proteste da parte croata.
La Gabanelli si difese sostenendo di “aver seguito, con convinzione, le indicazioni del Direttore della testata per cui stava lavorando”.
Partirono campagne di protesta indirizzate al Direttore e al Presidente della Rai, e venne presentato un esposto alla Commissione Parlamentare di vigilanza che ebbe come effetto un pronunciamento del garante per l’Editoria, Giuseppe Santaniello, che il 13 gennaio 1991 ordinò alla Concessionaria per il servizio radiotelevisivo la rettifica di quanto esposto nel reportage.
Sul caso si espresse anche il Consiglio dell’Ordine Regionale dei Giornalisti di appartenenza, che non comminò alla giornalista alcuna sanzione disciplinare, ma considerò tuttavia che “Mixer, forse con eccessiva precipitazione, ha calato Milena Gabanelli, giornalista senza una specifica scorza da inviato, in una realtà bellica “anomala e confusa” che pertanto ha avuto come relatrice televisiva “una cronista altrettanto anomala e sicuramente occasionale”.
Decisamente non un complimento di cui fregiarsi in futuro.

La Gabanelli oggi

Dopo un periodo di “oscuramento mediatico” la conduttrice di “Report” risalì in sella dopo pochi anni, ed il suo rendimento, considerato il seguito e la qualità del programma che conduce, non è stato affatto malaccio.
Gli attacchi alle inchieste sue e dei suoi collaboratori non terminarono affatto però. In un’intervista rilasciata a Gian Antonio Stella, Milena Gabanelli ha raccontato che in più di 15 anni ha perso soltanto una causa civile (per 30mila euro, ma non c’è ancora la condanna definitiva) sulle 60 intentate contro “Report”.
“Io non credo che il giornalista debba godere di una particolare clemenza – ha dichiarato – un conto è l’errore in buona fede che è sempre dimostrabile, un altro è sputtanare volontariamente qualcuno senza fare i dovuti controlli”. Che a noi, sembra, più di 20 anni fa in Jugoslavia non vennero fatti. Ma rimane l’ingenuità e la buona fede.
“Avevo un compito, ho cercato di svolgerlo nel migliore dei modi. Poi, sono passata ad altro”, ha dichiarato la Gabanelli chiudendo il caso. E visti i risultati, ci sentiamo di dire che ha fatto decisamente bene.


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7 Commenti

  1. Larisa said:

    Resta il fatto che la strage dei bambini c’era stata. Serbi o croati che siano. Unico difetto che è appunto inesperta all’epoca per di più in un conflitto bellico. Ma la ragazza croata pronuncia chiaramente il nome del prete che all’epoca dei fatti istigava suoi parrocchiani all’odio e violenza. Non vedo nessuna figuraccia, vedo solo occultamento di un fatto che doveva avere come proseguo in indagine approfondita.

  2. gio'75 said:

    Credo che nessuno sia infallibile nella vita come nel lavoro: errare è umano ed è giusto pagare se si sbaglia e Gabbanelli l’ha fatto con un periodo di oscurantismo rai! Del resto in parlamento ci sono ministri che parlano a casaccio come quello dalla eclatante affermazione sui neutrini, che non è stato sottoposto a processo nè costretto alle dimissioni e continua ad essere pagato profumamente, mi pare che fosse all’epoca ministro dell’Istruzione e anche lei non non avendo certi esami da Brescia credo fosse andata in Calabria per superare l’esame di abilitazione!!!

  3. rob said:

    Io ho letto l’articolo e visto il reportage, ma non ho assolutamente capito il punto dell’autore. Mi è sembrato un debolissimo se non nullo attacco ad una giornalista (una delle poche) italiana. Hai raccontato il reportage e detto che la rai è stata condannata per la messa in onda. non vedo la “collezione di figuracce”, ma soprattutto, non ho letto un articolo.

  4. Aristarco said:

    Peggio della Gabanelli non c’è nessuno. Ho appena visto un vecchio filmato di Report sulla “terapia” Di Bella ed è agghiacciante l’analfabetismo scientifico che dimostra la Gabanelli!

    • Quinto Potere said:

      Perfettamente d’accordo…. guardi qui.

      ‘Pillole del sapere’: prosciolti tre funzionari Miur

      Si è chiusa con un nulla di fatto giudiziario la vicenda delle “pillole del sapere”. “Non luogo a procedere perché il fatto non costituisce reato”, ha sentenziato il gup di Firenze, Tommaso Picazio. Sono così stati prosciolti l’ex capo del dipartimento Programmazione e gestione delle risorse del Miur, Giovanni Biondi, l’ex direttore generale del Dipartimento per lo Studente del dicastero di viale Trastevere Massimo Zennaro e il direttore dell’Agenzia nazionale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica, Antonio Giunta La Spada.

      I tre funzionari pubblici erano stati accusati di irregolarità nella gestione dei fondi del ministero dell’Istruzione destinati alla ricerca e legati a prodotti didattici multimediali.

      Il procedimento era stato avviato dalla procura di Roma alla luce di un dossier anonimo che faceva riferimento in particolare all’affidamento nel 2010 dell’appalto per le ‘Pillole del sapere’: spot educativi di 3 minuti ognuno destinati alle scuole.

      Nel dicembre 2011 la direzione generale dello studente, diretta allora da Massimo Zennaro, assegnava ad Ansas 1.300.000 euro per sviluppare il tema della digitalizzazione e della multimedialità nelle scuole.

      Il Capo dipartimento Biondi nel gennaio 2012 costituiva la commissione congiunta Miur-Ansas per dare un supporto tecnico e didattico all’individuazione delle tematiche più urgenti e più sentite all’interno degli istituti. L’Ansas a quel punto decideva di acquistare attraverso Consip, l’ente del Ministero delle Finanze per la trasparenza degli acquisti nella Pubblica Amministrazione, contenuti multimediali dell’azienda Abc per 730.000 euro.

      La trasmissione Report parlava di “soldi a palate all’azienda di Ilaria Sbressa, moglie di Andrea Ambrogetti, direttore delle relazioni istituzionali di Mediaset e presidente dell’associazione del digitale terrestre”.

      Dopo tre anni sono cadute le accuse di abuso d’ufficio e la vicenda è stata chiusa.

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